Se numerose sono le pubblicazioni sul paesaggio nel cinema sono invece rarissime quelle sui giardini. Il volume di Laura Falqui e Raffaele Milani, I giardini nel cinema. L’invenzione della natura nell’immagine-movimento edito da Leo S. Olschki di Firenze (pagine 134, euro 19) colma una lacuna anche se, va immediatamente aggiunto, l’opera è una nuova edizione, riveduta e arricchita, di un testo del 2008 pubblicato col titolo L’atelier naturale nella collana Il cinema e le idee diretta da Fernaldo Di Giammatteo.
SICURAMENTE MEMORI della definizione ormai classica di Ingmar Bergman sul rapporto giardini-cinema – «Il cinema è come un giardino fiorito. Un giorno ci trovi un fiore, un altro giorno una pianta selvatica, un altro ancora una tempesta che distrugge tutto. Ma alla fine, ogni singola foglia e ogni petalo hanno un loro preciso posto nell’inquadratura, esattamente come in un giardino ben curato» – e altrettanto memori del pensiero di Rosario Assunto – «Il giardino rappresenta un esempio di esteticità raccolta, mentre il paesaggio è un esempio di esteticità diffusa» – Falqui e Milani ci trasportano in questo viaggio attraverso decine e decine di film in cui il rifugio in questa natura intimamente raccolta non è lo sfondo scenografico delle opere ma una sorta di protagonista (o, se si vuole, deuteragonista) dei film presi in esame. Del resto sono gli autori a chiarirlo nel capitolo iniziale, significativamente intitolato Il giardino metaforico: «Guardare un film attraverso il suo giardino vuol dire spostare in modo significativo il punto d’osservazione; vuol dire considerare l’insieme delle componenti visive e narrative tenendo conto di elementi considerati non essenziali come cespugli, aiuole, fiori, viali, potature, scorci, pergolati e così via.








