La decima edizione della Biennale Gherdëina (fino al 13 settembre) spinge a chiedersi se sia possibile immaginare un giardino in un luogo: le Dolomiti, dove la natura, già da decenni, si è trasformata in uno scenario e il paesaggio somiglia sempre più a un parco a tema.
Il primo lavoro che s’incontra in mostra, nello spazio della sala Trenkel, è un oggetto inanimato, Zwischenzeit del 2025 (intervallo in tedesco) di Álvaro Urbano, un lampione in disuso proveniente dalla Ddr, la cui cavità ospita due lampadine in dialogo tra loro in uno sfarfallio intermittente. Il lampione, immerso in un’atmosfera sospesa, sembra avere una propria vita, o almeno simularla. Sotto la sua luce, sparse sul pavimento, l’esatta replica in metallo di foglie cadute, come fossero state soffiate via dal vento contro la parete. Sulla parete opposta, su una traccia ipnotica e malinconica (la versione rallentata di Owner of a Lonely Heart degli Yes), il video di Yuyan Wang Green Grey Black Brown (2024) sfoglia paesaggi sintetici, fortemente antropizzati, e fatti per lo più di petrolio viscoso e di plastica. Tale è il ritmo e l’intreccio tra organico e artificio da farci dubitare di cosa intendiamo con queste due parole.







