Neanche l’ultima paterna supplica di papa Leone XIV sembra aver toccato i cuori e le menti degli eredi di monsignor Lefebvre. La risposta di Davide Pagliarani, superiore della Fraternità sacerdotale San Pio X, è piena di espressioni di affetto e devozione, il tono è riverente, ma nella sostanza non accoglie l’invocazione del Papa a desistere dalla cerimonia scismatica programmata da tempo e che è stata celebrata oggi sui prati antistanti lo storico seminario tradizionalista di Ecône.Per alcune brevi ore, ieri, si è sperato che a prevalere fosse, se non una persuasione, almeno quello spirito cattolico di obbedienza verso il Romano Pontefice insegnato proprio dal Catechismo di san Pio X. La consapevolezza di ogni umile fedele che a salvare il mondo e la Chiesa, in definitiva, non sono le nostre buone ragioni ma unicamente la sequela di Cristo, legata in modo non esaustivo, certo, ma inscindibile alla sequela del Successore di Pietro. D’altra parte la storia che ci separa dal primo scisma lefebvriano, consumato negli stessi prati svizzeri il 30 giugno 1988, non autorizzava un eccessivo ottimismo. Già allora Giovanni Paolo II aveva affidato al cardinale Joseph Ratzinger un estremo tentativo di evitare lo strappo. Un compromesso sembrava trovato. Il Papa autorizzava l’ordinazione di un nuovo vescovo tradizionalista; i membri della Fraternità potevano celebrare secondo il rito tridentino, preconciliare, ma dovevano smettere di accusare il Vaticano II di ogni genere di eresie. Lefebvre fu sul punto di firmare l’accordo ma poi, all’ultimo, fece saltare il tavolo e procedette con la consacrazione “fuori legge” dei quattro vescovi. Diventato Papa, Ratzinger vent’anni dopo provò a riassorbire lo scisma. Con spirito di carità nel 2009 revocò le scomuniche ai vescovi. Un gesto che gli costò una valanga di critiche. Nelle stesse ore in cui Benedetto XVI firmava il decreto di revoca, i media internazionali diffondevano surreali dichiarazioni negazioniste sulla Shoah di uno dei vescovi “perdonati”, il britannico Richard Williamson. L’imbarazzo fu notevole.Il pomo della discordia non è tanto la Messa in latino. Fosse solo questo il punto, un’intesa sarebbe stata già trovata. Ricordo una lunga intervista che feci a Lefebvre a Écône, (30Giorni n.2, 1987), la prima in cui annunciava l’intenzione di procedere all’ordinazione di alcuni vescovi, anche senza il permesso del Papa. Occhi celesti e sorrisino spavaldo sulle labbra, modi gentili, ammise di aver posto la sua firma in calce al decreto sulla liturgia, nel 1963: solo in un secondo momento sarebbe maturata la sua rigida opposizione. Affermò che una eventuale scomunica lo avrebbe lasciato «indifferente». Concluse che la pace con i tradizionalisti si sarebbe ottenuta solo il giorno in cui un Papa avesse riconosciuto «gli errori dottrinali del Concilio Vaticano II». Non si riferiva alle cattive applicazioni del Concilio, che pure ci sono state e sono deplorevoli, ma agli stessi decreti conciliari. A partire da quelli sull’ecumenismo e sulla libertà religiosa.Con un anacronismo irragionevole i seguaci del vescovo ribelle restano fermi alla nozione di “stato cattolico” e considerano un grave cedimento al “liberalismo” il riconoscimento della libertà di religione per tutte le fedi. Pensano che riconoscere elementi di verità e di bene in altre espressioni religiose sia una negazione “modernista” della tradizione, ma i grandi padri della Chiesa, come san Giustino, già nel II secolo dopo Cristo parlavano dei “semi del Verbo” sparsi anche oltre i confini visibili della Chiesa. Nella sua lettera Leone XIV ha riconosciuto, come forse nessun altro suo predecessore, la parte di verità che ispira molti membri della Fraternità San Pio X. Umilmente ha teso la mano per un “dialogo fecondo”. Ha pure ammonito però sulla gravità del gesto che i lefebvriani si apprestano a celebrare: una nuova grave rottura della comunione, che renderà ancora più difficile risanare la ferita inflitta.
Il rito antico, la libertà di religione, il Concilio: cosa oppone Lefebvre a Roma
Nemmeno l'ultima paterna supplica di papa Leone ha toccato i cuori della Fraternità San Pio X, che oggi ha dato corso alla cerimonia scismatica. Il precedente tentativo di Giovanni Paolo II, e il gran rifiuto del 1988










