Dagli anni Cinquanta agli oggetti quotidiani: l’ascesa della plastica racconta crescita industriale, comodità domestica e una lunga eredità ambientale collettiva
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La fabbrica entra in cucinaLa comodità aveva una coda lungaIl conto rimasto sul tavolo
Un tappo sul lavello, il flacone del detersivo, la vaschetta dimenticata in frigorifero, la spugna sintetica accanto ai piatti, il telecomando sul divano. La plastica ha questa capacità un po’ inquietante: sembra vecchissima perché sta ovunque. Ha l’aria di una cosa nata insieme alle nostre cucine componibili, ai bagni pieni di bottiglie colorate, ai cassetti dove finiscono mollette, sacchetti, custodie, penne, caricabatterie e oggetti senza più una funzione precisa. Eppure, nella storia industriale italiana, è una presenza piuttosto giovane. Una arrivata tardi, cresciuta in fretta, entrata nelle case con il passo sicuro delle cose comode.
La ricostruzione statistica sull’evoluzione del sistema economico italiano pubblicata da ISTAT fotografa bene questo cambio di paesaggio. All’Unità d’Italia l’agricoltura generava circa metà del valore aggiunto del Paese, mentre oggi il settore primario pesa poco più del 2%. I servizi, al contrario, sono passati da circa il 30% a oltre il 70% del valore aggiunto. L’industria italiana, partita in ritardo rispetto ad altre grandi economie europee, ha raggiunto il 30% solo nel secondo dopoguerra, restando su quel livello fino agli anni Ottanta. Dentro quella trasformazione si è infilata anche la materia che avrebbe cambiato il modo di produrre, comprare, conservare e buttare.








