Il matrimonio politico
Stefano Giordano
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Gianni Alemanno ha detto cose che meritano di essere ascoltate. Uscito dal carcere di Rebibbia dopo un anno, cinque mesi e ventiquattro giorni — trentanove dei quali scontati grazie all’art. 35-ter ord. pen., il rimedio che l’Italia si è inventata dopo la condanna di Strasburgo per trattamenti inumani e degradanti — ha rilasciato un’intervista a Gaia Tortora che vale più di mille convegni. Celle progettate per quattro che ne ospitano sei.
Studio, lavoro, reinserimento: privilegi per pochi, non diritti per tutti. Il sovraffollamento condanna il detenuto al tedio, alla noia coatta, all’impossibilità di svolgere attività rieducative: la sola ragione per cui la pena, secondo Costituzione, dovrebbe esistere. Un ultraottantenne con la grazia presidenziale ancora dentro, bloccato da pastoie che nessuno aveva sciolto. E quella frase sull’orizzonte: «Quello che davvero manca a chi è detenuto è la visione dello spazio esterno». In carcere non si vede lontano. Solo muri.







