La banda era pronta a fuggire all'estero. "Dobbiamo buttare i palazzi a terra"

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"La bomba sono andato a mettere là! Facciamo la storia". Gli ultimi commenti di "compiacimento" sull'ordigno piazzato davanti alla casa di Sigfrido Ranucci (foto) lo scorso ottobre, vengono intercettati dai carabinieri del Nucleo Investigativo della Capitale, su delega dalla Dda di Roma, circa un mese fa. E di fatto chiudono solo il primo cerchio sui responsabili dell'attentato al giornalista e conduttore di Report. Quattro persone sono state arrestate per detenzione, uso di esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dal metodo mafioso, cioè con tutta "forza intimidatrice" dell'agire associativo, scrive il gip. Tutti della provincia di Avellino: Pellegrino D'Avino, la compagna di 22 anni - lei agli arresti domiciliari - Saverio Mutone e Antonio Passariello. Quest'ultimo, 53 anni, "spessore criminale" di "elevatissima pericolosità", scrive il gip, è colui che avrebbe materialmente piazzato la bomba, la sera del 16 ottobre. Ed era accompagnato da Mutone. Ma tutta la banda avrebbe agito con un ruolo e "su mandato", anche con un sopralluogo sei giorni prima. È il primo livello, quello degli esecutori, che si sarebbero attivati in cambio denaro. Rimane sotto inchiesta il secondo, quello di chi ha commissionato l'azione. Tabulati, celle telefoniche, oltre alle loro stesse dichiarazioni intercettate ("Ti ricordi quella tarantella che ho fatto a Roma?"), hanno permesso di identificare in pochi mesi prima l'auto e poi il gruppo. Ma ai pm è arrivata anche una lettera anonima, il 6 aprile, con una soffiata che è diventata una conferma: "Vi do una mano a prendere quel deficiente che ha fatto quel casino fuori casa di Ranucci... se me lo vendo è perché lui ha lavorato per il clan Moccia di Afragola senza avvisare ai compagni". Il riferimento è a Passariello, ma il passato nel clan Moccia però viene smentito da chi indaga. "Adesso bisognerà capire i dettagli di tutta questa vicenda e se ci sono altri livelli", commenta lo stesso Ranucci. A cui è arrivata solidarietà da esponenti del governo. A partire dal sottosegretario Alfredo Mantovano: "L'auspicio è si faccia un passo anche nei confronti dei mandanti. Tutto ciò che è contro la sicurezza dei cittadini e di chi svolge un'attività importante sul piano dell'informazione deve essere chiarito nel modo più completo, senza lasciare zone d'ombra". Interviene anche il ministro dell'Interno Piantedosi: "Mi sento di rassicurare chi fa il giornalismo d'inchiesta in Italia. È una delle priorità tra le azioni di prevenzione e contrasto". L'obiettivo dei pm è capire se dietro ci siano gruppi criminali locali o soggetti finiti nelle inchieste di Report. Più volte gli indagati intercettati fanno cenno ai mandanti senza nominarli. "Mi contattò uno () lo sai com'è ()", spiega Passariello la genesi dell'azione a pagamento. A tenere i contatti però sarebbe stato Pellegrino D'Avino, forse "destinatario diretto dell'ordine".