L’afa la soffriamo tutti, e non solo in questa estate bollente, ma sull’origine di quella piccola parola non ci sono ricostruzioni certe. Una consolazione c’è: quando dobbiamo esprimere il caldo umido soffocante che ci stordisce, almeno sappiamo come chiamarlo. Una parola antica. Come ricorda una ricostruzione della linguista Matilde Paoli per il sito della Crusca, la parola afa «La troviamo già nella prima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca, per quanto nascosta sotto il lemma affanno, dove si legge: "E da questo AFA, che è un certo affanno, che, per gravezza d'aria, e soverchio caldo, pare che renda difficile la respirazione". Dalla successiva edizione del 1623 afa si è già conquistata la posizione di lemma autonomo grazie a una testimonianza nel Pataffio di Franco Sacchetti: "Tu mi dai afa, deh levati quinci!" (la citazione tra l'altro è quasi identica a un’esortazione che ancora è possibile sentire a Firenze: Va' via, va' via: tu mmi fa' afa!)». Le due ipotesi maggiori. Sempre secondo Matilde Paoli «L'origine di afa, che gli accademici collegavano ad affanno, resta tuttora incerta; l'ipotesi più accreditata è che derivi da una forma ricostruita del latino volgare *hapha, a sua volta dal greco haphé 'accensione', derivato di háptō 'accendere', in accordo col significato che afa ha in napoletano: 'calore rimandato da una superficie battuta dal sole', 'riverbero', 'luce così rimandata, riflesso, barbaglio' ». Altri sostengono invece una origine onomatopeica, cioè sia una parola che richiama, imita o suggerisce acusticamente l'oggetto, il fenomeno o l'azione a cui si riferisce. Secondo l’enciclopedia Treccani la parola afa è nata «per imitazione del suono del respiro affannoso, pesante e caldo che si emette quando ci si trova in condizioni di caldo afoso, suono primordiale evoca la sensazione di un'aria opprimente che non permette la normale dispersione del calore corporeo». In ogni caso. Afa è una parola che si è conquistata una centralità nei nostri discorsi che, da sempre, ruotano intorno al clima. Non solo per gli sconvolgimenti recenti, che i negazionismi si ostinano a non vedere. Ma per la tendenza sempre più diffusa di parlare senza dire niente di particolare. Espressioni come “Che caldo!” nel pieno di un’estate torrida e “Che freddo!” a gennaio inoltrato sono superate solo da “Ma non smette più di piovere!” e “Non ci sono più le mezze stagioni”. Per cercare di essere precisi. L'afa non è solo il caldo provocato da un’alta temperatura: è una condizione meteorologica caratterizzata da caldo intenso, elevata umidità e assenza di vento. Questa combinazione impedisce al sudore di evaporare, rendendo la temperatura percepita molto più alta di quella reale e ostacolando la naturale termoregolazione del corpo. Per questo i sinonimi cercano di sottolineare questa situazione e nei dizionari troviamo calura, vampa, canicola. Piccola digressione astrale. Su canicola vale la pena perdere un minuto. La parola deriva dal latino canicula “piccolo cane” diminutivo di canis (cane). Fin dall’antichità veniva dato questo nome alla stella Sirio, la più importante della costellazione del Cane maggiore. Distante appena 8,6 anni luce dalla terra, Sirio brilla 25 volte più del nostro sole ed è facilmente visibile a occhio nudo, soprattutto tra fine luglio e metà agosto. Per questo l’hanno associata al caldo torrido ed è diventato un modo per definire il periodo più caldo dell’anno. Il ruolo nella letteratura In molti romanzi l'afa non è solo un dato climatico, ma una potente metafora esistenziale e narrativa. Viene utilizzata dagli autori per riflettere lo stato emotivo dei personaggi, l'oppressione sociale o l'assurdità della vita, rendendo l'ambiente circostante asfissiante e immobile. Tra i capolavori che utilizzano l'afa e la calura come elemento chiave ci sono Lo Straniero di Albert Camus e Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga. Il sole accecante e il caldo opprimente sulle spiagge di Algeri non sono solo ambientazioni dell’opera di Camus, ma il vero motore scatenante dell’omicidio che si trova al cuore dell’opera. L'afa annulla la lucidità del protagonista Meursault, spingendolo al delitto. Nella narrativa verghiana, le campagne siciliane sono spesso descritte "assopite nell'afa". Il caldo soffocante riflette la crudeltà della lotta per la "roba", l'esclusione sociale e la solitudine del protagonista. Soffocano i moralisti. Il racconto Afa di Eduard Von Keyserling (edito in Italia da Adelphi con la traduzione di Anna Rosa Azzone Zweifel) ci mostra sullo sfondo di un'estate afosa e di un'avita dimora di campagna il difficile rapporto di un adolescente con il padre all’inizio del Novecento. Strenuo tutore dell'ordine, moralista della bellezza e dell'impeccabilità rappresentativa, il padre è ammirato, temuto, di continuo spiato dal figlio Bill. Con goffa curiosità, cui presto subentrano sgomento e paura, Bill vede compiersi, nello spettrale sgranarsi dei rituali dell'alta società, la tragedia di una passione non consentita fra il genitore e la cugina Ellitta. Lotta di temperatura. Che l’afa opprimente ci sia sempre stata è un’ottima dichiarazione di scorta per tutti coloro che negano i danni del cambiamento climatico, l’esasperazione dei fenomeni estremi e l’allarme lanciato dalla stragrande maggioranza degli scienziati. I diffidenti pensano sempre con sospetto alle dichiarazioni degli scienziati e non hanno dubbi sulle parole a ruota libera di politici che di scienza non sanno niente. Quella cui assistiamo è l’ennesima occasione per dividere il mondo tra chi può avere temperature accettabili (luoghi di vacanza, aria condizionata, giardini e case confortevoli) e chi invece è costretto a lavorare sotto il sole cocente o vive in aree tormentate dalla siccità o è talmente povero che non può permettersi di combattere l'afa e tutto quello che ne consegue. La regola del nostro tempo, in fondo è semplice: chi può permetterselo starà bene, chi non può si arrangi.
Afa, tra caldo soffocante, cambiamento climatico e luoghi comuni
Parola usatissima ma dall’origine incerta, diventa centrale nei giorni bollenti d’estate









