Game of drones. Keir Starmer esce di scena in un abominevole ronzio di droni made in Britain incrementando le spese militari, mentre la titolare degli interni, Shabana Mahmood, annunciava altri giri di vite nelle vite – e nelle vicende – dei migranti.

Per quello che era uno degli ultimi suoi interventi da premier in un contesto, quello della difesa, che ha contribuito ad accelerarne il tracollo politico – e soprattutto ora che l’Ucraina e l’Iran hanno soppiantato la filibusta di Drake nell’immaginario bellicista britannico -, non a caso Starmer ha scelto una fabbrica di droni del Wiltshire, la Stark. Dove ieri ha annunciato un supplemento al piano di spese militari da 15 miliardi di sterline che in molti – nel suo partito e all’opposizione, primo fra tutti il già titolare della Difesa John Healey – reputano vergognosamente scarso.

Le misure, dibattute poi ai Comuni dal successore di Healey, Dan Jarvis, che spera di poter restare al suo posto quando Andy Burnham – l’erede designato di Starmer – traslocherà al Dieci di Downing Street – prevedono il più grande aumento della spesa per la difesa dai tempi della guerra fredda; complessivi 270 miliardi di sterline stanziati per i prossimi quattro anni; 63 miliardi per la deterrenza nucleare; 11 miliardi per rimpinguare le scorte di armi e munizioni inviate in Ucraina; 5 miliardi in droni; 790 milioni per la difesa aerea e antimissile; e un esercito regolare portato a 76.000 effettivi. Il tutto sarà pagato con «alcune scelte difficili»: la cancellazione di spese e progetti relativi alle infrastrutture stradali, all’edilizia abitativa e all’energia.