Poco dopo l’arresto dell’8 ottobre 1926 Antonio Gramsci fu destinato al confino nell’isola palermitana di Ustica, dove trascorse quarantaquattro giorni, dal 7 dicembre al 20 gennaio, quando – accusato di vari reati – venne trasferito nel carcere milanese di San Vittore. Al confino di Ustica e all’esperienza di scuola lì messa in piedi dai confinati antifascisti (soprattutto comunisti) è dedicato il bel libro di Pietro Maltese: Gramsci e la scuola dei confinati a Ustica (Istituto poligrafico europeo, pp. 219, euro 18).

Va subito messo in chiaro che il libro non è una semplice cronaca del soggiorno gramsciano nell’isola. La scrittura densa dell’autore lancia importanti sonde sia in direzione del fenomeno del confino, sia verso snodi fondamentali della vicenda e della riflessione di Gramsci. Da un lato Maltese ricorda che il fascismo mandò al confino non solo elementi pericolosi «per la loro militanza di base», ma anche per il seguito che avrebbero potuto avere «moltissimi professionisti e intellettuali». Solo a Ustica tra il dicembre 1926 e l’autunno 1927 vennero deportati Bordiga, Gramsci, Berti, Scalarini, Carlo e Nello Rosselli, Bauer, Parri e altri.

Con molti di loro il comunista sardo non poté incontrarsi, essendo tra i primi ad arrivare ma anche a lasciare l’isola. Rispetto a Gramsci, Maltese ne segue la vicenda anche a Milano, da dove egli intrattenne un importante carteggio (in parte andato perso) coi compagni rimasti a Ustica, dialogando con loro sulla scuola e, in modo allusivo, venendo informato e fornendo indicazioni sui rapporti con la minoranza bordighista e con i confinati di altri partiti.