«Buonasera dottore». Ma Sal Da Vinci, neolaureato in canto pop rock del conservatorio Nicola Sala di Benevento non capisce subito che stai parlando con lui. Poi sorride, stanco com’è ormai dalla notte della vittoria a Sanremo - non si è fermato mai - ma visibilmente soddisfatto: «Ah, ce l’avevi con me, non volevi ascoltare Claudia Mori?». Poi si fa serio: «Ha ragione Geolier, tutto è possibile, persino che io riceva una seconda laurea, honoris causa. La prima l’avevo conquistata sul campo».
La solita storia dell’università della strada, dottor Salvatore Michael Sorrentino? «No, no, io il tempo per la strada non l’ho proprio avuto. Ma ho studiato musica nell’unico conservatorio che papà Mario potesse permettersi». Mi sfugge, quale? «Quello della sceneggiata». Fammi capire. «Ero uno scugnizziello innamorato della batteria. Ho iniziato sul palcoscenico a 7 anni, sto per compiere cinquant’anni di questo strano mestiere. Mio padre mi faceva recitare con lui, e non solo perché non potevo restare da solo a casa, erano tutti in teatro. Ma io ero stregato dai tamburi. In sala mi regalavano sempre delle caramelle e con quelle corrompevo il batterista in buca, Antonio De Franchis, perché mi facesse suonare al posto suo. Papà se ne accorse e comprò, da lui, una batteria del 1969, anno della mia nascita. Avevo 9 anni e suonavo di nascosto quando i comici si esibivano nei loro zibaldoni per alleggerire l’atmosfera. Suonavo, ma mi nascondevo, non potevo attirare l’attenzione». Arrivò così la laurea sul campo? «Quasi, mancava ancora un esame, quello più difficile. Ma ricordo tutto di quelle aule di studio: i camerini, le sedie, la buca del teatro Duemila, le lezioni dei professoroni Beniamino Maggio e Trottolino...». E quale esame ti mancava? «A 16 anni incisi il mio primo 45 giri, “Mannaggia e evviva ‘o re”, scritto da Senese, sul retro c’era “Guaglio’”, sempre di Senese con versi di Peppe Lanzetta». Bell’esordio, ma che c’entra con la laurea? «James mi faceva andare a casa sua, al parco Ice Snei di Miano. Mi spiegava la musica, mi spinse a studiarla sui libri». L’hai fatto? «Sì, e anche sui dischi, di quelli come lui, come il mio grande faro, Pino Daniele: spendevo tutta la mia paghetta per comprare i suoi dischi». Quindi prima dell’attivissimo direttore Giuseppe Ilario del conservatorio di Benevento ti hanno laureato la sceneggiata e James Senese? «Proprio così. Strimpellavo il piano, iniziai a comporre canzoni, ma venivano fuori certe ciofeche... Poi scoprii di avere una voce, che dovevo imparare ad usarla. E mi serviva un paroliere per dare un senso alla musica che avevo dentro. Incontrai Federico Salvatore, ancora non era il mago di Azz, viveva con la mamma a Pianura, diciamo che quello fu il mio master. Papà mi comprò un pianoforte: è ancora a casa mia, da quei tasti è nato “Rossetto e caffè”, su quei tasti ho rifinito “Per sempre sì». Ci siamo: Sanremo, l’Eurovision, il nuovo album, i tre concerti che ti aspettano all’Arena Flegrea (25, 26 e 27 settembre). Hai ancora mete da raggiungere? «Se al Duemila ho imparato come stare su un palco, come muovermi nella comunità di una compagnia, come capire gli umori del pubblico, all’Ariston mi hanno spiegato che i miracoli succedono quando non li insegui più. Che cosa voglio ancora? Magari fare teatro musicale come mi è sempre piaciuto, ma senza dover fare economia su tutto. Magari incontrare altri guru come De Simone e Mattone, ma... intanto faccio musica, fedele a me stesso». Hai a terra un sacco di progetti. «È vero: un disco di Natale con superospiti. Uno show su Rai1 con superospiti in cui parlerò di sentimenti. Un libro sulla mia vita per la Mondadori». Buonasera dottore, mi sembra impegnativo il cammino che la aspetta. «Sì, ma il bambino che si è laureato grazie alla sceneggiata è cresciuto in fretta. Ma ogni tanto torna a trovarmi. Non dobbiamo mai dimenticare il bambino che è in noi». A proposito di Natale, ma non era così che era cominciato tutto? «Sì, il mio primo 45 giri, con papà Mario naturalmente, si chiamava “Miracolo ‘e Natale”. Vedi che sempre di miracoli parliamo? Tutto è possibile, ha ragione Geolier».








