Chiara Tagliaferri firma “Arkansas” (Mondadori), memoir che ripercorre un episodio di vita importante della sua vita. Dal legame con il marito Nicola Lagioia al desiderio di maternità, da Roma agli Stati Uniti. Nonostante il dolore da cui nasce, il libro ha in sé la luce della figlia Lula, nata grazie alla Gpa.Lei e suo marito siete ricorsi alla Gpa, che dall’insediamento del governo Meloni è molto discussa. Qual è la situazione dal punto di vista giuridico?«Fino all’approvazione della legge Varchi le coppie eterosessuali si muovevano protette dal paravento della tradizione: “Abbiamo partorito all’estero”. Tutto filava più o meno liscio. In Italia sono state le coppie omogenitoriali a subirne di più le conseguenze e a doversi esporre, lottare per i diritti dei figli. Da quando, per la legge italiana, la Gpa è reato universale, paragonabile quindi ai crimini di guerra, la situazione è assurda e pericolosa per tutti».A prescindere dall’orientamento sessuale, dunque?«Conosco donne che nei mesi precedenti alla nascita del figlio hanno indossato pance finte per nascondere di essere ricorse alla Gpa. Io non ho voluto farlo: Lula saprà la verità su com’è nata. Una verità fatta di amore e desiderio. I desideri non si possono imbrigliare».C’è chi dice che desideri e diritti a volte non combaciano, ed è il limite.«Demonizzarli non è la soluzione. Conosco tanti bimbi nati con la Gpa e sono stati così desiderati che crescono senza paura. E conosco adulti che sono fuggiti dalle famiglie biologiche perché contesti di dolore. Per fare due buoni genitori occorre l’amore, non la biologia».Ammetterà che è una questione divisiva anche nel femminismo.«Sosteniamo la libertà delle donne, salvo poi negare loro il diritto di disporre della propria capacità generativa a favore di chi non ce l’ha. Rivendichiamo la libertà di scelta, ma se scelgono di diventare gestanti ipotizziamo lo sfruttamento. Dire a una donna che non deve usare il proprio corpo per portare avanti una gravidanza per altri significa, di fatto, dirle come deve usarlo»Sui social lei è stata molto attaccata. Perché?«Alice Munro scrive che i bimbi attribuiscono molti significati al verbo odiare. Spesso per loro significa aver paura, e si ha paura di ciò che non si conosce e in cui non ci si riconosce. Se sei abituato a muoverti solo nei confini stabiliti, muri eretti da altri che ti dicono come pensare, tutto ciò che si configura come eccezione viene percepito come pericolo».Negli Stati Uniti, invece, la situazione è diversa?«Lì la Gpa è regolamentata in modo etico e chiaro: la legge protegge in primis le donne che scelgono di diventare gestanti. In Italia tanti credono che da un lato ci sia una coppia ricca ed egoista e dall’altro una donna bisognosa».Ma non è così.«Non dove ci sono leggi specifiche. Ho intervistato molte gestanti in America. Una è una procuratrice distrettuale del Tennessee: una donna ricca, con una famiglia più benestante di quella che ha aiutato. Mi ha detto: “Ho avuto tre gravidanze, sono stata benedetta con tre bambini, e ho sentito che era mio dovere aiutare un’altra coppia. Non volevo soldi, non mi pareva corretto accettarne”. L’ha raccontato ai suoi figli, le hanno risposto che quello che ha fatto era un bellissimo regalo».Voi?«Noi credevamo fosse giusto rimborsare Daisy, la nostra gestante. Per il tempo, l’assistenza medica e psicologica, il sostegno alla sua famiglia: la gravidanza ha sempre dei rischi. Daisy è credente e una femminista militante: ha vissuto la scelta come una chiamata. Mi ha raccontato che avrebbe potuto facilmente trovare un altro lavoro meno coinvolgente e ben remunerato; uno ce l’ha già, naturalmente. Ma voleva farlo».Vi sentite ancora?«Tutti i giorni».Perché non l’adozione? È questa una delle critiche più ricorrenti.«Ci abbiamo provato, e ci è stato detto che ci sarebbero voluti anni per riuscire forse ad accogliere un bimbo. E poi eravamo vecchi: ci avrebbero “scavalcati” coppie più giovani».Nel libro racconta pure dei tentativi iniziali; prima della scelta della Gpa.«Per oltre due anni mi sono sottoposta a terapie pesanti: ogni giorno un nuovo esame, mi infilavano tubi ovunque, la mia pancia era un tiro al bersaglio, punture al posto delle freccette. A un certo punto ho punito il mio corpo, non faceva ciò che volevo: ho smesso di mangiare, scivolando nella depressione».Come cambia la prospettiva sul proprio corpo, in momenti simili?«Lo si odia. Avevo un bel rapporto con il mio corpo, ma quando ho iniziato a desiderare un figlio, scoprendo di non poterne avere, tutto è cambiato. Stavo per compiere quarant’anni: apparivo ancora giovane, dentro mi sentivo un cumulo di macerie, marcia, vecchia. Agli occhi della società ero un corpo andato a male, una donna che per egoismo non aveva fatto le cose nei tempi giusti».Si guardava tramite l’altro?«Da donna è impossibile non guardarti attraverso gli occhi della società. Ricordo la freddezza dei dottori nelle cliniche di fecondazione assistita; molti allargavano le braccia: “Ma cosa pretende, alla sua età?”».Se in futuro Lula dovesse leggere “Arkansas” cosa vorrebbe le dicesse?«Impossibile prevedere cosa i nostri figli diranno o faranno. Ci sono tanti modi di venire al mondo, sarebbe bello che Lula sapesse che conta venire al mondo nell’amore».
Tutto l’amore per venire al mondo - Il colloquio con Chiara Tagliaferri
Una scrittrice decide di diventare madre. E ricorre alla Gpa negli Usa. “Arkansas” è il memoir di una storia difficile: “Perla legge italiana è comeun crimine d






