di Chiara Tagliaferri
«Ho scritto Arkansas – Storia di mia figlia perché paragonare la gestazione per altri al genocidio o alla pedofilia è insensato e crudele. So che nel mondo ci sono Paesi in cui le gestanti sono sfruttate, ma criminalizzare la Gpa, come ha fatto il nostro Governo, non aiuta a normarla. Proprio come fu con l’aborto»
«Come si prepara un biberon con il latte in polvere?», digito su ChatGPT il 12 febbraio del 2024. Il giorno dopo è prevista la nascita di mia figlia Lula, voglio ripassare per essere certa di avere tutto sotto controllo. La risposta è lunga e più complicata di quanto ricordavo: «La regola d’oro è la precisione: polvere e acqua devono essere dosate come indicato sulla confezione. Fai bollire l’acqua e lasciala raffreddare per non più di 30 minuti. Deve restare a una temperatura di almeno 70°C quando aggiungi la polvere per uccidere eventuali batteri presenti nella polvere stessa. Versa nel biberon la quantità esatta di acqua necessaria. Nota bene: versare prima l’acqua permette di misurare il volume corretto; se aggiungessi prima la polvere, la misurazione sarebbe falsata. Aggiungi i misurini rasi: non pressare la polvere. Chiudi il biberon e agitalo bene finché la polvere non è sciolta. Raffredda il biberon sotto l’acqua corrente fredda o in una bacinella finché non raggiunge circa 37°C. Il latte preparato va consumato entro 1-2 ore. Se il bambino ne avanza, non conservarlo per il pasto successivo: la saliva contamina il latte e favorisce la crescita batterica. Attenzione: il timer della conservazione parte dal momento della preparazione». Chiudo il computer e guardo le confezioni giganti di latte in polvere che io e Nicola, mio marito, ci siamo procurati nei giorni precedenti, appena arrivati a Hot Springs. Mi è chiaro che non ne aprirò nemmeno una. Non avendo alcuna dimestichezza con corpi minuscoli e affamati, prima della partenza per l’America abbiamo preso lezioni da una doula: ho fatto pratica su una bambola (se fosse stato un bambino vero, l’avrei ucciso molte volte), ho preso appunti sul ciclo di tre ore composto da latte-cacca-nanna, ho studiato i sette diversi tipi di pianto (fame, sonno, dolore, bisogno di contatto, fastidio fisico, coliche e gas intestinali e infine stress per via delle luci e dei rumori). Ma dal mio cervello è sparito tutto, non so nemmeno prendermi la responsabilità dei 70°C o dei 37°C. Corro da Nicola, gli dico che dobbiamo tornare al Walmart per procurarci la formula liquida, già pronta (costa di più, ma cosa vuoi che sia? Una goccia nell’oceano di banconote che si volatilizzano sotto ai nostri occhi). L’Arkansas è un susseguirsi di boschi e supermercati Walmart in cui incontriamo gli unici esseri umani del posto: vecchi che si muovono lenti mentre riempiono i carrelli con lattine di birra e caffè della Black Rifle. I cappellini sulle loro teste dicono che voteranno per Donald Trump. Ho freddo per via dei banchi di surgelati. Non mangio carne da quando ho messo piede qui: bistecche giganti nel reparto macelleria gocciolano sangue nelle confezioni di plastica. Qualcosa di andato a male sembra volerci sovrastare, è come se mi si fosse appiccicato addosso l’odore dolciastro della morte.






