Non voleva usare i wc del palazzo di giustizia, temendo di contagiarsi durante la pandemia di Covid. Così, per espletare i suoi bisogni al lavoro, il giudice Giuseppe Artino Innaria si è arrangiato a modo suo: per mesi ha fatto pipì nel suo ufficio al Tribunale di Catania, condiviso con una collega e quattro funzionari, riempiendo di urina decine di bottigliette di plastica (“almeno una quarantina”) che poi stipava in massa negli armadi. Per questa surreale vicenda il magistrato, attualmente in servizio alla Corte d’Appello di Bologna, è stato condannato in sede disciplinare a due mesi di perdita di anzianità per “comportamento abitualmente e gravemente scorretto” e “mancato rispetto della dignità” degli altri utenti della stanza. La decisione del Consiglio superiore della magistratura, impugnata in Cassazione, è stata confermata con sentenza depositata il 25 giugno: il comportamento di Artino ha “violato le regole di comportamento civile che in via generale connotano i rapporti sociali” e ha “leso il diritto a un ambiente di lavoro pulito, igienico e sano”, si legge nelle motivazioni del provvedimento del Csm, emesso un anno fa e ora reso definitivo dalle Sezioni unite della Suprema Corte. “In alcun contesto storico, nemmeno quello pandemico (anzi a maggior ragione in quello pandemico, ove l’attenzione per l’igiene doveva essere massima e la sanificazione costante) è accettabile che un magistrato espleti i propri bisogni biologici in una stanza di Tribunale invece che nei servizi igienici e li conservi negli armadi ivi presenti chiusi in bottiglie di plastica”, scrive il collegio disciplinare di palazzo Bachelet.