Manco fosse un lebbroso
Simona Bonfante
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Dallo scorso 19 giugno, a Gilberto Cavallini – detenuto a Rebibbia in regime di isolamento – è stata inflitta a sorpresa una sorveglianza ancora più stringente. La misura sembra motivata da ragioni di tutela dell’incolumità del detenuto. Ragioni ancora ignote agli avvocati. Cavallini, 73 anni, è in isolamento dallo scorso novembre, in virtù di una sanzione penale accessoria inflittagli nel 2025, insieme all’ergastolo, con la condanna definitiva per la strage di Bologna. Un inedito assoluto per una persona già considerata rieducata e dunque non più punibile secondo Costituzione per un fatto criminoso di 45 anni prima.
Con l’ultimo provvedimento che ne inasprisce la già soffocante restrizione, Cavallini non può più partecipare alla Messa né andare in chiesa a pregare o seguire corsi di formazione. Non può più fare l’ora d’aria nel passeggio grande ma è costretto al chiuso in un cubicolo lungo pochi metri dove fa un caldo insopportabile. Riceve il vitto non dal carrello ma direttamente dall’assistente penitenziario che glielo porta insieme alle medicine. Manco fosse un lebbroso. Cavallini, che finirà di espiare l’isolamento nel 2028, è sorvegliato con telecamere H24 anche al cesso, può parlare di persona solo con i difensori e al telefono con i familiari. Questa ulteriore deprivazione delle già menomate libertà fondamentali origina da una nota riservata del DAP alla Direzione di Rebibbia, con uno specifico ordine di servizio che impone stringenti misure “a tutela” del detenuto. La nota del DAP non è ostensibile all’interessato e, allo stato, neanche ai difensori, salvo autorizzazioni non ancora pervenute.













