Potrebbe essere riaperta l’inchiesta sui presunti abusi degli agenti di polizia durante e dopo una manifestazione contro il gasdotto Tap a San Foca, il 7 dicembre 2017. Tre attivisti, infatti, si sono opposti alla richiesta di archiviazione disposta dall’ex procuratore aggiunto Guglielmo Cataldi e l’udienza camerale, dopo un primo rinvio, è stata fissata per il 30 ottobre prossimo. Nove anni, secondo i manifestanti che hanno deciso di portare avanti la loro battaglia, i presunti abusi delle forze dell’ordine avrebbero configurato reati gravi: sequestro di persona e tortura per i quali non è ancora decorso il termine di prescrizione.

Secondo il racconto messo nero su bianco, alcuni di loro sarebbero stati picchiati con i manganelli (anche usando l’impugnatura del manganello), e lasciati con le manette ai polsi per circa un’ora e mezzo. Anche in ginocchio, su un terreno duro di campagna, in una giornata fredda. Stando alla narrazione dei denuncianti, un manifestante avrebbe persino chiesto che gli venissero tolte le manette per soffiarsi il naso ma un poliziotto interpellato avrebbe risposto: “Se ce la fai così, ammanettato, fallo”. Ad alcuni manifestanti sarebbe stato sequestrato il telefonino e, una volta fatti salire sui blindati della polizia, sarebbe stato intimato loro di sedersi a terra nonostante ci fossero dei posti liberi. Eppure come riportato nella richiesta di archiviazione, le condotte degli agenti non avrebbero configurato “ipotesi delittuose in quanto erano volte ad impedire l’accesso dei manifestanti nella cosiddetta zona rossa istituita nei dintorni del cantiere Tap e alla loro identificazione”. In ogni modo, per gli inquirenti, si trattava “di reati prescritti”.