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Ultimo aggiornamento: 12:53

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Si scava tra le macerie, anche in piena notte. Pochi vivi, fra i tanti cadaveri. Provano a recuperarli i soccorritori qatarioti, dopo averli individuati, con cani e mezzi pesanti a lavoro. Attendono sotto ciò che resta dell’antico edificio “La Gabarra”, zona Los Corales, La Guaira. I morti salgono a 1.719, ma si teme possano arrivare a oltre 10mila. I soccorritori stessi rischiano la vita, con scosse che scandiscono le operazioni: siamo a quota 400, dal 24 giugno, giorno del terremoto. Sul terreno anche gli Stati Uniti, con mezzi e uomini, intenti a riaprire il porto de La Guaira. “La fase uno riguarda la stabilità. E stiamo lavorando, dopo il terremoto, per sostenerla. La seconda fase è il recupero. E noi continueremo con questo processo, in maniera articolata, fino alla fine”, commenta John Barrett, incaricato d’Affari Usa a Caracas, intervistato dai microfoni di Univisión. Tuttavia, fonti governative di Caracas spiegano a Ilfattoquotidiano.it che, dietro le quinte, Washington prepara il terreno per una ricostruzione a stelle e strisce. In particolare ne La Guaira, la zona più colpita, già maxi lido e porto principale del Paese. “L’affare è già nelle mani degli Usa. Spetta a loro decidere chi entra e chi no”, osserva una fonte, in riferimento a imprese e investitori coinvolti. Lo sanno anche le rappresentanze diplomatiche presenti a Caracas, che dallo scorso e gennaio si è piegata alla ferrea tutela degli Usa. I costi vanno da 12 a 15 miliardi di dollari. “Questo ammontare – spiega su X l’economista venezuelano Asdrúbal Oliveros – supera di gran lunga le capacità finanziarie dello Stato venezuelano”. Già le stime preliminari parlano di circa 9 miliardi in danni, che equivalgono all’8,5% del Pil venezuelano. Si contano circa 58.870 edifici distrutti in tutto il Paese, soprattutto nell’area costiera settentrionale, secondo le recenti rilevazioni satellitari fornite dalla Nasa.