Durante il liceo ho trascorso sei mesi in un paesino nella County Kerry, in Irlanda, e quell’anno nel programma della high school che ho frequentato, oltre all’Otello, il romanzo scelto dal mio corso di English Literature era “Brooklyn” di Colm Tóibín. Il nostro insegnante, di cui ricordo il nome, il sorriso bianco come i capelli, la voce possente e l’accento marcato, ne leggeva ad alta voce dei paragrafi e ne discutevamo in classe. Eilis– si pronuncia Ailish – giovane e brillante, fatica a trovare un impiego stabile a Enniscorthy, e la sorella Rose e Father Frank la convincono a trasferirsi a New York, dove le opportunità lavorative prosperano e può ambire a “qualcosa di più”. Parte da Liverpool, si stabilisce a Brooklyn, trova lavoro in un grande magazzino e inizia a frequentare un corso serale per imparare a diventare contabile. Eppure soffre di un malessere che il termine inglese esprime benissimo: she is homesick. È spezzata tra la sua nuova vita a Brooklyn e l’Irlanda, dove sono rimaste la madre e l’amatissima Rose. All’epoca non sapevo che quel romanzo l’avrei riletto tradotto nella mia lingua, né che avrei incontrato Colm Tóibín nel 2023 a Festivaletteratura e lo avrei intervistato in merito alla pubblicazione in Italia de “Il mago”, e che le sue parole mi avrebbero fatta riflettere sull’attitudine e l’impegno che vanno dedicati alla scrittura se la si vuole far diventare un mestiere. Ma men che meno immaginato che nel giro di un paio d’anni avrei cercato nella malinconia di Eilis un corrispettivo, un rifugio letterario che mi confortasse e mi facesse sentire meno sola. Nella semplicità e nella limpidezza con cui Tóibín descrive i sentimenti di Eilis, ho trovato lo specchio dei miei. L’essersi trasferita oltremare e cercare di stabilirsi lì che collima con l’anelito al ritorno, il rimpianto di ciò che si è lasciato alle spalle. Sentirsi in colpa nell’essersene andate, sentirsi ancora più in colpa nel dimenticarsi, anche solo un istante, chi invece è rimasto. La storia di Eilis continua, a distanza di vent’anni, in “Long Island”. Questa volta l’ho letto in inglese, e Colm Tóibín ha firmato la mia copia qualche settimana fa, quando è venuto nella libreria in cui lavoro per un firmacopie – da poco Picador ha pubblicato una sua raccolta di racconti, “The News from Dublin”, che mi auguro venga tradotta anche in Italia. È stato intenso immergermi e ritrovarmi di nuovo in Eilis, domandarmi chi sarò e dove vivrò tra vent’anni, se rimpiangerò le scelte che ho fatto o se sarò non felice, ma serena perlomeno. Chiedermi quanto le scelte del presente influenzino il nostro futuro, in quale misura cambino la direzione della nostra strada. Se e come possiamo tornare indietro, cosa può accadere se procediamo nonostante. Forse sono domande superflue. Forse non posso prevedere la fine del viaggio, ma posso, devo e voglio fissarne delle tappe. Ciò che esula da ogni forse, è che Colm Tóibín è uno scrittore meraviglioso, così questi due romanzi, e tutto ciò che ha scritto.