Avevo da poco iniziato l’università quando un mio ex prof del liceo mi chiamò per un lavoretto: insegnare in una scuola di recupero. Materie da istituto tecnico, ne sapevo poco. Il prof insisteva che non c’era da preoccuparsi. Andai a incontrare il proprietario.

Il tipo mi illustrò, con dettaglio di marche e modelli, di quale «parco auto» si fosse dotato da quando s’era deciso ad abbandonare i sotterranei della ricerca per farsi baciare dal sole del capitalismo. Dunque mi spiegò il suo progetto didattico: «A me non interessa cosa imparano questi ragazzi. Basta che lei dia loro l’illusione di imparare».

Questa oscena confessione mi è rimasta come una bruciatura. E vedo il suo spirito nefando riapparirmi davanti oggi sotto specie di chatbot. Di nuovo l’illusione di imparare.

Quando Atene si ristrutturò per un confronto politico più aperto, nel V secolo a.C., apparve una nuova fauna. Personaggi molto ben dotati di favella che andavano in giro a vendere l’arte retorica, a insegnare alla gente come persuadere gli altri e come difendere qualunque idea. Così si poteva prender parte efficace alle assemblee.

Erano i primi intellettuali professionisti. La loro qualifica, sofisti, è rimasta sinonimo di un uso del linguaggio ingannevole, utilitaristico, immorale in quanto scollegato da convinzioni personali, da un vissuto, da una identità. Era un linguaggio ormai dissacrato. Strumento tecnico con uno scopo: produrre l'effetto della verità nell'ascoltatore.