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Ultimo aggiornamento: 8:18

di Francesco Branda*

Negli ultimi anni, l’Intelligenza Artificiale (IA) ha smesso di essere una curiosità tecnologica per diventare una presenza quotidiana nelle università. Chatbot come ChatGPT e strumenti simili sono ormai compagni abituali di studio per milioni di studenti, capaci di generare testi, sintetizzare concetti complessi e suggerire percorsi di approfondimento. Tuttavia, questa efficienza può diventare una trappola. Gli studenti confondono la rapidità con la comprensione e la sintesi algoritmica con il pensiero critico. La creatività, che nasce dall’errore, dal confronto con l’ignoto e dalla fatica mentale, viene sostituita da prodotti standardizzati e coerenti, ma privi di originalità. Inoltre, delegare la riflessione a una macchina rischia di indebolire la capacità di valutare criticamente le fonti e di sviluppare argomentazioni personali, riducendo curiosità e impegno, elementi fondamentali della formazione universitaria.

Come docente universitario, osservo con interesse e preoccupazione questo fenomeno: se da un lato l’IA offre opportunità straordinarie, dall’altro il suo uso massiccio rischia di alterare profondamente la natura dell’apprendimento e del pensiero critico. Studi recenti, come quelli riportati da Nature da Helen Pearson nel 2025 e dal MIT Media Lab, evidenziano che delegare compiti cognitivi a un algoritmo può ridurre l’attività cerebrale legata al ragionamento autonomo e alla creatività, fenomeno che possiamo definire “pigrizia cognitiva”. Gli studenti rischiano così di perdere l’allenamento necessario per sviluppare originalità, problem solving e giudizio autonomo.