Il dibattito sull’AI nei contesti formativi non può ridursi alla scelta tra permesso e divieto. La questione riguarda il momento, il dominio e il livello di autonomia cognitiva dello studente, distinguendo tra uso simbiotico e delega dello strumento

Professore Ordinario di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni all’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e Responsabile scientifico dello Spoke 6 – Symbiotic AI del progetto FAIR – Future Artificial Intelligence Research

Il dibattito sull’intelligenza artificiale nei contesti formativi si è cristallizzato attorno a una domanda mal posta. La vera distinzione rilevante per la policy educativa non è tra AI permessa e AI vietata, ma tra AI usata simbioticamente e AI usata per delega — una distinzione che dipende dallo stadio di sviluppo cognitivo dello studente nel dominio specifico.

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Da un lato, i dati delle neuroscienze — richiamati di recente con forza dalla testimonianza del neuroscienziato ed educatore Jared Cooney Horvath davanti al Senato degli Stati Uniti — mostrano che un’introduzione precoce e indiscriminata della tecnologia digitale compromette lo sviluppo delle funzioni cognitive fondamentali: la memoria di lavoro, la capacità di lettura profonda, il pensiero critico, la metacognizione. Dall’altro, i dati del World Economic Forum e del PwC Global AI Jobs Barometer 2025 — basato sull’analisi di quasi un miliardo di annunci di lavoro da sei continenti — mostrano che la trasformazione del lavoro guidata dall’AI sta ridefinendo in modo strutturale i requisiti di competenza: il premio salariale per chi possiede competenze AI ha raggiunto il 56%. Chi è privo di queste competenze è destinato a restare indietro, soprattutto nei settori knowledge-intensive.