Il presidente degli impiantisti di Confindustria Trento, Luca Guadagnini, ha dichiarato: “Gli ambientalisti possono stare tranquilli, il paesaggio è il cuore della nostra offerta estiva e dunque siamo i primi ad essere interessati a mantenere il territorio così com’è”. Dello stesso parere la presidente di Anef (Associazione degli esercenti funiviari) Valeria Ghezzi, che rivendica “il nostro ruolo come motore dell’economia di montagna e come presidio per la tutela delle Terre alte”.
Che l’industria dello sci abbia alimentato per decenni l’economia di alcune aree di montagna è senz’altro vero, però ha completamente trasformato il territorio con ritorni economici (privati) che non hanno compensato i danni ambientali (pubblici). Nel suo dossier Nevediversa 2026, Legambiente ha contato su Alpi e Appennini 273 impianti sciistici abbandonati e 247 tra alberghi, residence, strutture turistiche e ricettive, complessi militari o produttivi dismessi o sottoutilizzati. Con una crisi climatica evidente e stagioni invernali sempre più brevi, si punta a realizzare ulteriori nuovi impianti: dal Comelico a Monte San Primo fino alle Cime Bianche, per non parlare di casi eclatanti come il Terminillo -dove gli investitori non si sono trovati – o la cabinovia di Socrepes costruita su una frana attiva.






