Kibera è il concentrato di tutte le contraddizioni dell’Africa. Nel più grande slum del continente, situato a pochi chilometri dal centro di Nairobi, si incontrano il degrado più sconcertante e la creatività più sorprendente. Come quella degli artisti che hanno dato vita al Kibera Art District (Kad), un luogo in cui l’arte diventa comunità, attivismo sociale e crescita culturale. Per tutti.L’iniziativa nasce dall’esperienza e dall’audacia visionaria di due uomini apparentemente diversissimi tra loro: Patrick Othieno (detto Pato), artista keniano autodidatta, animatore sociale e culturale, e Jamye Ponte, artista e attivista americano, trapiantato da molti anni in Kenya. Insieme hanno promosso molte iniziative che mirano a trasformare questa periferia abbandonata in un centro di cambiamento positivo e di futuro promettente, ma anche di scardinare pregiudizi e narrazioni stereotipate. Come quelle che dipingono Kibera solo come un luogo di miseria, criminalità, disoccupazione e spaccio. Kibera è tutto questo, certo, ma è anche molto di più. In questo slum sconfinato, dove si ammassano circa 800 mila persone, si incontra una varietà sorprendente di iniziative che rispondono, da un lato, all’esigenza di inventarsi un modo di sopravvivere, dall’altro, sono l’espressione di una creatività e di un’energia straordinarie.Kibera racchiude in sé una miriade di gruppi, associazioni, movimenti, chiese e Ong locali e internazionali, che promuovono un’infinità di progetti di solidarietà e percorsi di giustizia sociale. Non solo però: dentro questa baraccopoli si incontrano anche tante storie di protagonismo e di collaborazione, che vedono coinvolti molti giovani artisti locali che qui trovano la possibilità di esprimere il loro talento e la loro vitalità, e di essere coinvolti in attività che spesso hanno anche un risvolto sociale, economico ed educativo.Kibera Arts District è una di queste. Una delle più strutturate e ambiziose. Il progetto si snoda lungo una strada disseminata di studi, gallerie, spazi creativi, laboratori per bambini e residenze per artisti, che offrono opportunità concrete di praticare o di avvicinarsi all’arte. «Creiamo spazi sicuri e di qualità per mettere insieme le persone, offrire occasioni perché possano esprimersi, utilizzando l’arte anche come strumento di sviluppo», spiega Pato: «Arte a partire dal basso – tiene a precisare –, dal dinamismo e dalle potenzialità della comunità, che diventa essa stessa artefice del proprio rinnovamento e della costruzione di un futuro migliore».È qui che nascono sempre nuovi progetti e sogni. Quello su cui Pato e Jamye stanno lavorando ora riguarda la realizzazione della Nairobi Arts Biennale, «un evento – spiega l’artista keniano – che non intende imitare i modelli occidentali, ma vuole rimanere radicato in questo territorio e in questa esperienza comunitaria, cercando di dare visibilità e valore soprattutto agli artisti dell’Africa orientale, ma non solo».È la riscossa del bello dentro una realtà dove purtroppo sono presenti tante brutture. È un invito a cambiare prospettiva, riconoscendo che anche nei contesti più difficili e nei territori più marginalizzati possono nascere visioni capaci di trasformare non solo gli spazi, ma anche il modo in cui li si guarda. È la potenza dell’arte come gesto creativo, di resistenza e di immaginazione trasformativa. In definitiva, è uno dei volti più sorprendenti di un’incredibile baraccopoli come Kibera. Anche perché parla di dignità.