HomePesaroCronacaAddio ai fondi Pnrr, ha vinto la lotta contro il trenoL’amaro sfogo dell’Associazione Ferrovia Valle Metauro. Eppure non lontano dalla città ducale si è investito sui binariL’ipotetico treno “Vitruvio-Raffaello“ che davvero non vedremo maiRicevi le notizie de il Resto del Carlino su GoogleSeguiciIl treno da Urbino dista sempre 35 chilometri: sono quelli che la separano dalla stazione di Pesaro, la più vicina, anche se i binari che arrivano alla città ducale in realtà ci sono. Solamente, sono disattivati da decenni. Di ferrovia se ne è parlato anche all’incontro finale della Settimana del PUG. Risultato? RFI ha uno studio di fattibilità, ha dei costi di riattivazione scritti nero su bianco. Ma al momento manca la volontà politica del Ministero di metterci i soldi.
Come sempre, del resto: sempre una questione di volontà. Nel frattempo, proprio oggi scade il periodo della pioggia di finanziamenti e di cantieri legati al Pnrr, e dei miliardi stanziati per la transizione ecologica, ben 25 sono stati destinati alla rete ferroviaria. "Se in questo territorio fosse prevalsa la lungimiranza – dice l’associazione Ferrovia Valle Metauro – fra pochi giorni un moderno treno elettrico – magari intitolato a Raffaello e Vitruvio – attraverserebbe la Valle del Metauro, collegando Urbino alla costa e offrendo a cittadini e turisti una mobilità pulita e civile. Purtroppo, la realtà ha preso un’altra direzione. Basta allargare lo sguardo per accorgersi che, altrove, le idee nel cassetto sono diventate cantieri. Nelle Marche, il Pnrr lascerà in eredità il quasi totale raddoppio della linea Orte-Falconara e l’elettrificazione della Civitanova-Albacina (che segue il successo consolidato della Ascoli-Porto d’Ascoli). Poco più in là, l’Umbria si distingue per l’ammodernamento e riattivazione della Ferrovia Centrale Umbra e l’acquisto di nuovi treni regionali a 200km/h, Firenze e Bologna rivoluzionano la mobilità urbana con nuove reti tramviarie. Chi ha saputo fiutare l’opportunità ha scommesso sul ferro per agganciare il futuro. In questo scenario, l’entroterra della provincia di Pesaro e Urbino si conferma un caso isolato di immobilismo culturale. La responsabilità non va cercata nei palazzi di Roma o di Ancona, ma nella cronica incapacità del territorio di pensarsi grande. Restiamo ancorati a stereotipi e vecchi ricordi, cullandoci nell’illusione onirica che i giovani debbano restare qui solo perché “si sta bene“. A peggiorare il quadro non è stata solo l’inerzia, ma un’azione deliberata, con smantellamenti dell’infrastruttura esistente. Mentre le opportunità sfumano, l’entroterra si spopola e invecchia, sempre meno capace di decifrare il cambiamento circostante. È un processo che ricorda l’avvelenamento da monossido di carbonio: a ogni respiro cala la lucidità, mentre un sonno dolce e profondo conduce lentamente alla fine. Il nostro monossido si chiama provincialismo; la staticità del pensiero di una generazione che è stata capace di archiviare il lavoro dei padri e, al contempo, di allontanare i figli. Le uniche speranze rimaste – conclude l’Associazione FVM – riposano oggi nella resistenza di pochi amministratori isolati, e nei dati scientifici di un progetto di ripristino che, nel confermare la fattibilità tecnica, snocciola numeri di traffico e costi chilometrici assai lusinghieri. Nel frattempo, restiamo fermi sulla banchina a guardare i fari del treno Pnrr che si allontanano. Non rimane che aspettare il prossimo convoglio di finanziamenti: un posto a bordo lo si dovrebbe trovare".









