«Oltre l’alcol c’è di più». Non una cover alla Jo Squillo e Sabrina Salerno, e neanche uno slogan da campagna ministeriale, ma il tema al centro del dibattito che dal tavolo 1 dell’hackathon al Festival di Gastronomika si è spostato su un terreno di scontro vero: culturale prima ancora che commerciale. Un parterre di under 40 quotidianamente impegnati tra vigne, birrifici e fermentazioni di kombucha si è confrontato partendo da una grande certezza: se continuiamo a parlare solo di gradi alcolici, abbiamo già perso la sfida sulla qualità e sulla convivialità del futuro.
Per anni abbiamo fatto coincidere l’idea di “bere bene” con un calice di vino, un cocktail ben miscelato, una bottiglia importante da stappare al momento giusto. Oggi, però, qualcosa è cambiato: i consumatori spendono di più e bevono meno alcol, ma cercano comunque complessità, piacere e convivialità nel bicchiere. Non si tratta di un ennesimo processo all’alcol, ma di trovare risposte a una domanda (forse) più scomoda: chi sta riscrivendo, concretamente, le regole del bere? E con quali linguaggi?
Fermentazione: non moda, ma grammatica
La prima parola emersa non è stata “tendenza”, ma “fermentazione”. Non come feticcio hipster, ma come grammatica comune che unisce vino, birra e kombucha. Chi domina la fermentazione può sperimentare sul serio: costruire bevande complesse, gastronomiche, senza l’obbligo di appoggiarsi all’alcol come stampella di identità. È qui che si gioca la credibilità delle bevande no/low alcohol: se il bicchiere è piatto, non basterà nessun discorso inclusivo a salvarlo.






