«Essenze jazz», uscito nel 2013, è un disco spartiacque nella carriera di Eduardo De Crescenzo. Uscito originariamente su cd, ora è su tutte le piattaforme e, per la prima volta, è disponibile anche in vinile, doppio. Uno spartiacque confermato dai concerti sotto lo stesso nome che la voce maschile più bella della canzone italiana centellina con passione: sold out stasera la prima data napoletana all’Arena Flegrea, c’è ancora qualche biglietto per la seconda, il 19 settembre. Con lui in scena Enzo Pietropaoli (contrabbasso), Marcello Di Leonardo (batteria), Julian Oliver Mazzariello (pianoforte), Daniele Scannapieco (sax), Susanna Krasznai (violoncello). «Essenze jazz», in fondo, Eduardo, conferma quello che già si leggeva nella coda di «Ancora»: la tua voglia di andare oltre il pop, oltre il mainstream.

«Può essere inteso come uno spartiacque perché non potrei tornare indietro ma per me è solo una tappa dello stesso viaggio. Il tentativo di dare una definizione alla mia espressività dove la cifra jazzistica ha sempre avuto un ruolo importante. Sin dai primissimi dischi o live dagli anni ‘80 in poi ho avuto collaborazioni jazzistiche prestigiose: Maurizio Giammarco, Stefano Sabatini, Karl Potter, Daniele Sepe...».Parliamo del concerto: com’è cambiato dal debutto, al San Carlo, l’11 giugno 2012?«È un format. A fare da canovaccio c’è il mio repertorio ma poi si va d’improvvisazione, di composizione estemporanea. È un tipo di performance che richiede abilità, concentrazione, rispetto tra tutti».Enrico Rava, forse il più grande jazzista italiano, ha detto: «Il mondo di Eduardo è come un giardino incantato, dove i fiori del blues si fondono con gli umori di Napoli dando vita a un canto poetico emozionante e irresistibile».«Mi piace come Enrico ha sentito la mia musica. Anch’io ho amato molto suonare con lui. E fuori dal palco abbiamo condiviso la passione per le alici fritte».Il successo dell’Arena Flegrea conferma il tuo speciale rapporto con il pubblico.«È un pubblico eterogeneo, di testa e di cuore. Ci sono musicisti, ascoltatori competenti interessati all’esecuzione, ma anche un pubblico pop interessato al brivido di pelle, alla canzone. L’età è varia, è compresa in una forbice tra i 16 e i 60, con picchi al di sotto e al di sopra. Una vera anomalia per il mercato targettizzato che non è abituato a vedere insieme “categorie” di persone così diverse tra loro».Come arrivano i giovani al tuo repertorio? Come lo scoprono?«Non ne ho idea, sono io che scopro loro ai miei concerti. Periodicamente, ogni due o tre anni, c’è una generazione che si re-impossessa di un brano e se lo rivive come nuovo. Ma sono analisi a cui è interessato il mio staff... Io conservo con la musica un piacere di tipo implosivo: la musica mi risponde a molte domande, mi risolve molti conflitti, mi aiuta a conoscermi, a entrare nella bellezza delle emozioni... E, forse, quel pubblico che allo show-business appare così eterogeneo, sta cercando le stesse cose».Sei un interprete, si associa il tuo nome immediatamente alla voce, e che voce. Ma, in fondo, sei soprattutto un musicista: perché usi l’ugola anche come strumento, perché completi il tuo canto con la fisarmonica. «Il cantante, l’interprete, il compositore e il fisarmonicista sono collegati alla stessa testa, lavorano insieme, come fosse un’orchestra, l’uno non esisterebbe senza l’altro, l’uno è felice di quello che fa l’altro, l’uno può essere molto infelice se l’altro non risponde come dovrebbe... Per l’Intelligenza artificiale sarebbe una bella rogna individuare i loro desideri».Ma è vero che nella prima parte della carriera ti era impedito l’uso della fisarmonica?«Si. Lo showbusiness riteneva, stupidamente, che fosse uno strumento fuori moda e per alcuni anni non l’ho suonata in pubblico. Ma dietro le quinte si, ogni soluzione musicale arrivava comunque da quello strumento. Appena “certi contratti” sono decaduti mi sono riappropriato di un pezzo così importante della mia espressività».La tua vocalità è un miracolo che continua. Come la alleni? Come la difendi?«Come qualunque atleta. Le corde vocali vanno allenate ogni giorno con esercizi specifici ma devono anche abitare una cassa armonica in buone condizioni di salute perché possano risuonare come serve». Che repertorio proporrai in questi due concerti?«Con più di cento canzoni in repertorio sta diventando complicato decidere la “scaletta”, c’è tempo di eseguirne al massimo una ventina. Ci sono classici come “Ancora”, “L’odore del mare”, “E la musica va”; pezzi scelti dal pubblico nel corso degli anni come “Sarà così”, “Cosa c’è di vero”, “Dove”, divenuto virale lo scorso anno tra i giovanissimi. E rischierei proteste non eseguendo “Il racconto della sera”, “Quando l’amore se ne va”, “Naviganti”... Quest’anno introduco un medley piuttosto ricco, proverò a ricordarne quante più è possibile».C’è una canzone che sembra un manifesto del tuo fare musica, forse della tua filosofia non solo artistica: «La vita è un’altra».«Diede il titolo al mio ultimo album di inediti pubblicato nel 2002. Racconta il cambio epocale davanti al quale si è trovata la mia generazione: il passaggio dal mondo reale a quello virtuale di Internet. Lo anticipa non solo nel testo ma anche in una composizione a tratti tagliente, stridente. E, curiosamente, questo pezzo torna da più parti con una certa frequenza in queste ultime settimane».Ma hai voglia di canzoni nuove? Si può immaginare un nuovo disco? O i dischi non hanno più senso, meglio progetti come quello di «Avvenne a Napoli», che pure abbiamo condiviso?«No, non ho voglia di nuove canzoni, quel modo di fare musica non mi appartiene più. Ho voglia di nuova musica questo si, ho ancora voglia di dare e ricevere emozioni. Un disco è ancora un documento importante che garantisce la libertà di espressione e di ascolto ma tra non molto sparirà anche come supporto, purtroppo. “Avvenne a Napoli” è un progetto storico prima che musicale. Bisognava che un musicista consapevole rimettesse le mani e la testa nel capitolo più prestigioso e più depauperato del nostro patrimonio musicale, soffocato da anni di parodie, di incuria, di karaoke, di ignoranza, di macchiettismi».A proposito: cosa pensi della candidatura della canzone napoletana classica a patrimonio universale Unesco?«Magari! Sarebbe un riconoscimento importante seppure molto postumo per questi autori straordinari e per la nostra città. Sinceramente, però, sento parlare di una grande insalatona in cui si cerca di farci entrare di tutto, persino la parte più cafona della nostra civiltà che oggi vive un momento di grande popolarità. Sarebbe meglio accordarsi prima su dei concetti fondamentali: la canzone classica napoletana è canzone d’autore, dovrebbe essere presentata all’Europa con il vestito bello. Nasce intorno al 1800 e finisce prima del secondo conflitto mondiale quando in Italia, con lo sbarco degli americani arriva anche il jazz che contamina la melodia classica italiana, stilema imprescindibile della canzone napoletana. Poi arriveranno altre cose, alcune bellissime come Carosone, altre terribili e cafone, napoletane anche quelle, ma nulla da spartire con la canzone classica napoletana».