Tra i diversi cantanti che hanno impresso una svolta alla canzone italiana c'è sicuramente anche Edoardo Bennato. Lunedì sera, ospite del festival della Bellezza, il cantautore napoletano ormai prossimo agli 80 anni debutterà con il suo tour estivo in piazza San Marco con una proposta musicale originale. Oltre alla sua Be-Band sarà, l'artista sarà accompagnato dal quartetto d'archi Quartetto Flegreo, dal soprano Maria Chiara Ghizzoni e dall'Orchestra sinfonica veneziana. Un percorso in lungo e in largo attraverso le canzoni che hanno lasciato una traccia evidente nel mondo del cantautorato. Ed anche la scelta del titolo "Quando sarò grande" fa in qualche modo capire che il suo sguardo continua ad essere curioso come nel brano del 1977 pubblicato nell'album "Burattino senza fili".
Bennato, partiamo dall'inizio. Che ambiente musicale c'era in Italia nel 1973 quando esordì con "Non farti cadere le braccia"? «Ricordo che l'ambiente musicale di quegli anni rifletteva, più o meno, quello che era il Paese. C'era un gran fermento post Sessantotto, la musica era cambiata, ma soprattutto i testi delle canzoni erano cambiati. I giovani non si accontentavano più di una bella melodia, ma volevano un linguaggio nuovo, che rispondesse alle loro aspettative. Quando uscì nei negozi in vendita il mio primo album, dopo anni di gavetta alle spalle, anni di porte in faccia e delusioni, pensai: "Ok Edoardo, ce l'hai fatta". Dopo qualche settimana, mi chiamò il direttore artistico della mia casa discografica mi disse che loro non avevano nulla da rimproverarsi, il disco era nei negozi, avevano fatto la conferenza stampa di presentazione con tanto di offerta di pasticcini e bevande, ma il disco non si vendeva. La radio, l'unica radio del tempo, aveva detto che la mia voce era straziante. "Un giorno credi", "Campi Flegrei", "Detto tra noi", "Rinnegato" e la stessa "Non farti cadere le braccia" non avevano avuto il riscontro che si attendevano». E come andò a finire? «Ad un certo punto mi disse: Edoardo, tu fai l'università di architettura? Da retta a me, laureati e vedrai che avrai una brillante carriera". Ma come dice proprio il testo di "Non farti cadere le braccia" non mi diedi per vinto. Mi giocai un'ultima carta. Mi piazzai davanti ad un bar di Roma, di fronte al teatro delle Vittorie, dove sapevo che transitavano giornalisti, addetti ai lavori, opinion leaders. Avevo tutto il mio armamentario di follia: chitarra 12 corde, armonica, kazoo e soprattutto, il tamburello a pedale che mi ero costruito a Londra». E così arrivò la svolta? «Fui subito notato e il direttore di un settimanale musicale "Ciao 2001" che era una sorta di bibbia per i giovani, mi mandò ad un festival d'avanguardia a Civitanova Marche. Suonai 3, forse 4 canzoni. Ovviamente non suonai "Un giorno credi" o "Campi Flegrei", quelle erano state bocciate, per così dire. Feci delle canzoni proto-punk (il punk come fenomeno musicale arrivò anni dopo) tipo "Salviamo il salvabile", "Ma che bella città " e soprattutto lo sfottò al presidente della Repubblica del tempo, una canzone che si chiamava "Uno buono". Quando scesi dal palco ebbi la netta sensazione che il vento era cambiato, perché quelli che "contavano" avevano deciso che potevo essere il rappresentante ideale dell'insoddisfazione giovanile in Italia. E tutti voi, da allora, avete deciso di comprare i miei dischi». In questo lungo lasso di tempo quali sono stati i suoi artisti di riferimento fuori dall'Italia? «Ero, e lo sono tutt'ora, fortemente influenzato dal blues. Da musicisti come John Hammond, John Lee Hooker, B.B. King (con cui ho avuto la fortuna di suonare una mia canzonetta "Signor censore"), Bo Diddley che ha anche suonato nel mio album "Abbi Dubbi". E poi, tra i mie punti di riferimento, ci sono Bob Dylan e i Rolling Stones». Durante tutti questi anni, trascorsi tra palchi e sale di incisione, ha attraversato anche momenti difficili? «Beh, nel percorso di una carriera artistica ci sono sempre alti e bassi. Ma guardando al mio passato penso che, tutto sommato, mi sia andata bene» Ora il concerto di lunedì in piazza San Marco apre il lungo tour di "Quando sarò grande". Di cosa si tratta? «Sarà un concerto ad altissimo contenuto rock&blues. In questi giorni sto facendo le prove con questo caldo allucinante, ma non manca l'entusiasmo di rimettersi in gioco e provare nuove soluzioni musicali. Sì, è vero, sto aspettando di diventare grande, come noi tutti, per avere le risposte alle domande. Veniamo iscritti alla nascita al gioco della vita: non lo abbiamo chiesto ma visto che ci siamo, tanto vale cercare di capirci qualcosa». Cosa direbbe ad un giovane che vuole intraprendere la carriera di musicista? Che idea si è fatto delle canzoni che girano nelle radio? «Ad un giovane suggerirei di suonare il più possibile dal vivo, per testare le proprie capacità davanti al pubblico. Oggi ascolto quanta più musica possibile. Poi, ovviamente, faccio le mie scelte».






