Dalla Corte suprema arriva ieri per Donald Trump anche una sconfitta: la “tutela” del voto per posta, contro cui il presidente ha dichiarato guerra già dalla sua prima presidenza. Il caso si chiama Watson v. Republican National Committee: nasce da una causa intentata dal Comitato repubblicano al segretario di Stato del Mississippi, per dichiarare illegale la legge locale che consente il conteggio del voto per posta arrivato anche cinque giorni dopo l’election day (in presenza di una marcatura che attesti che è stato spedito entro il giorno delle elezioni).
LA GIUDICE conservatrice Amy Coney Barrett scrive l’opinione della maggioranza – lei e il collega John Roberts in questo caso si sono espressi insieme alle giudici liberal – specificando un semplice dettame costituzionale: gli stati hanno potere decisionale sul loro sistema elettorale. «Dobbiamo decidere se gli statuti federali sull’election-day prevalgano sulla legge del Mississippi. Così non è» – recita il significativo incipit della sua decisione.
Non è però da festeggiare eccessivamente questo riconoscimento del potere dei singoli stati, che ieri ha messo un limite ai desideri di Trump di influenzare il mid term a suo favore. In base allo stesso principio, pochi mesi fa la Corte suprema ha inferto un colpo letale al Voting Rights Act del 1965, la legge di Lyndon Johnson che tutelava il voto degli elettori afroamericani del Sud arginando tutte le manovre elaborate nel corso degli anni per privarli del loro diritto sancito dal 14esimo emendamento.













