«Siamo partiti perché sentivamo la necessità di fare qualcosa di concreto, tangibile, visibile agli occhi di tutti». È da questa scelta, prima ancora che dal viaggio, che Simona Losito, giornalista freelance e attivista della Global Solidarity Flotilla, fa partire il racconto della missione verso Gaza. A Barletta, nel corso dell’incontro dedicato alla Flottiglia e ai convogli umanitari per la Palestina, le testimonianze hanno riportato al centro il senso politico e umano di quelle partenze: provare a raggiungere Gaza, portare aiuti, raccontare e trasformare l’attivismo in presenza fisica.

Losito ha spiegato di aver scelto di partecipare anche per documentare dall’interno la missione e le dinamiche dell’organizzazione. «Credo sia importante mettere a disposizione della causa il proprio corpo», ha detto. Poi il racconto dell’intercettazione e del fermo. Secondo la sua testimonianza, gli attivisti sarebbero stati prima condotti su una «nave prigione», definita «un campo di concentramento a cielo aperto», dove sarebbero stati trattenuti al freddo, privati degli effetti personali e trattati «come criminali». Successivamente sarebbero stati trasferiti ad Ashdod, ammanettati a mani e piedi e portati in carcere.