In sede di appello, Trump aveva sostenuto che il giudice distrettuale Lewis Kaplan non avrebbe dovuto ammettere come prove la testimonianza di altre due donne - Jessica Leeds e Natasha Stoynoff, che avevano accusato il presidente di molestie - né il famoso nastro “Access Hollywood” del 2005, in cui Trump si vantava di poter palpare le donne impunemente. Secondo i suoi avvocati, queste prove non direttamente legate alle accuse di Carroll avevano condizionato indebitamente la giuria.La Corte d'Appello del Secondo Circuito aveva già rigettato questa tesi nel 2024, ritenendo che la loro ammissibilità non fosse stata determinante per il verdetto, e la Corte Suprema ha ora confermato quella conclusione negando anche solo di esaminare il caso: la richiesta era rimasta in attesa per oltre sei mesi, con la conferenza dei giudici rinviata quindici volte prima della decisione definitiva.Rimane aperto il filone parallelo. Carroll aveva avviato una causa separata per le dichiarazioni diffamatorie fatte da Trump durante il suo primo mandato: in quel giudizio, nel gennaio 2024, una giuria aveva condannato il presidente Usa a pagare 83,3 milioni di dollari, suddivisi tra danni emotivi, reputazionali e punitivi. Quell'importo è ancora in appello: Trump invoca l'immunità presidenziale per fare cadere le accuse, mentre il Dipartimento di Giustizia ha tentato - senza successo finora - di inserirsi nel processo per sostituirsi a lui come convenuto, mossa che avrebbe de facto archiviato il caso. Con il diniego di oggi la Corte Suprema non si è pronunciata su quel fronte, che resta aperto e il cui prossimo passaggio processuale è atteso tra ottobre 2026 e la metà del 2027.