Il Vecchio Continente produce idee, è una fucina di creatività. Fa, però, fatica a tradurle in crescita economica duratura. Un tema centrale nel Rapporto sul Futuro della Competitività europea¹ di Mario Draghi: l’Ue produce quasi un quinto delle pubblicazioni scientifiche mondiali, ma questa solidità nella ricerca di base non trova riscontro sui mercati dell’innovazione ad alto valore aggiunto. A pesare è anche il ritardo negli investimenti privati in ricerca e sviluppo. Secondo l’ultimo EU Industrial R&D Investment Scoreboard della Commissione europea² , nel 2024 la spesa in R&S delle imprese con sede nell’Ue è cresciuta del 2,9%, contro il 7,8% degli Stati Uniti, il 7,1% del Giappone e il 3,9% della Cina. Da oltre un decennio, inoltre, la quota europea degli investimenti globali in ricerca è in progressiva contrazione.Il vero gap con gli Stati Uniti, però, emerge soprattutto nei servizi ad alta tecnologia. Secondo un’analisi dell’European Centre for International Political Economy basata sui dati della Commissione europea, nel 2023 i servizi ad alta tecnologia rappresentavano oltre il 40% della R&S aziendale negli Stati Uniti, contro appena il 15% nell’Ue³ . Le conseguenze emergono con evidenza anche nei dati sulle imprese. Il mercato europeo del venture capital continua a rimanere nettamente inferiore a quello statunitense, limitando la capacità delle startup di finanziare la crescita e competere su scala globale. Quando le imprese innovative riescono a consolidarsi, si scontrano spesso con una carenza di capitali nelle fasi di espansione. Secondo il rapporto The Scale-Up Gap della Banca europea per gli investimenti, dopo dieci anni di attività le scale-up europee raccolgono in media circa il 50% di capitali in meno rispetto alle omologhe della Silicon Valley. A questo si aggiunge un fenomeno di progressiva delocalizzazione dell’innovazione: tra il 2008 e il 2021 quasi il 30% degli unicorni fondati in Europa ha trasferito la propria sede all’estero, prevalentemente negli Stati Uniti⁴ .Le cause sono interconnesse e note, dalla frammentazione del mercato unico europeo, ancora incompleto nella sua dimensione finanziaria, ai costi elevati di compliance senza la garanzia di risultati equivalenti in termini di concorrenza. Ma c’è un elemento meno visibile, che incide in questa dinamica: il sottoutilizzo sistematico della proprietà intellettuale come strumento di finanziamento.Il valore economico degli asset immaterialiBrevetti, marchi, diritti d’autore, disegni e modelli non rappresentano più soltanto strumenti di tutela legale. Nell’economia della conoscenza costituiscono una parte crescente del valore aziendale, soprattutto nei settori ad alta intensità tecnologica. Secondo le stime dell’Euipo – Ufficio dell’Unione europea per la Proprietà intellettuale, questi comparti generano già circa il 48% del Pil dell’Unione europea e impiegano quasi il 31% della forza lavoro totale. Le imprese che registrano i propri diritti di proprietà intellettuale, in particolare le Pmi, crescono più in fretta, pagano salari più elevati e generano ricavi maggiori rispetto a quelle che non lo fanno. Eppure il sistema finanziario europeo continua in larga misura a ignorare questo patrimonio. Al contrario, Stati Uniti, Regno Unito e Singapore hanno sviluppato mercati più maturi per l’IP-backed finance, il finanziamento garantito dalla proprietà intellettuale, trasformando questi asset in uno strumento concreto di accesso al capitale.Un potenziale inutilizzatoLo studio Euipo “IP-backed finance in Europe: state of play and future perspectives” restituisce un’analisi eloquente. Il deficit di credito per le Pmi nell’Ue è stimato fino a 365 miliardi di euro l’anno. Di questa cifra, tra i 70 e i 150 miliardi sono attribuibili alle imprese ad alta intensità di proprietà intellettuale, quelle che più delle altre potrebbero beneficiare di un sistema finanziario capace di riconoscerne il valore degli asset immateriali. Secondo le proiezioni dello studio, con un’infrastruttura adeguata, i finanziamenti garantiti dalla proprietà intellettuale potrebbero mobilitare tra i 30 e i 120 miliardi di euro l’anno in nuovi flussi di capitale. Eppure soltanto il 13% delle imprese titolari di diritti di proprietà intellettuale ha tentato di utilizzarli come leva per ottenere credito. Diversi fattori strutturali sono alla base di questa situazione. La frammentazione dei mercati dei capitali, le barriere ancora esistenti all’interno del mercato unico e la limitata esperienza nella valutazione delle attività immateriali riducono l’utilizzo della proprietà intellettuale come garanzia. Allo stesso tempo, molte banche e molti investitori non dispongono ancora degli strumenti e della fiducia necessari per valutare tali attività in modo coerente e comparabile. Le sfide dell’EuipoPer colmare questo divario, l’Euipo propone una strategia articolata fondata su cinque priorità: aumentare la visibilità degli asset di proprietà intellettuale, garantirne una valutazione credibile, agevolare l’accesso al credito attraverso strumenti di condivisione del rischio, rafforzare la disponibilità e la qualità dei dati e migliorare il coordinamento tra gli attori coinvolti. Nel loro insieme, queste azioni rappresentano le basi per la creazione di un mercato europeo dei finanziamenti garantiti dalla proprietà intellettuale più efficiente e pienamente operativo.Trasformare questo potenziale in realtà richiede un cambiamento. Le attività di proprietà intellettuale necessitano di maggiore visibilità all’interno del sistema finanziario. Le pratiche di valutazione devono diventare più chiare e legittimate. La cooperazione tra imprese, istituzioni finanziarie e responsabili politici è essenziale, supportata da dati migliori e da una comprensione maggiore. Le iniziative in corso dell’Euipo, quali lo Sme Fund, mirano a creare un ecosistema favorevole alla proprietà intellettuale, sostenendo le imprese e l’innovazione e svolgendo un ruolo di facilitazione. Anche le imprese stesse hanno un ruolo da svolgere. Gestire la proprietà intellettuale in modo strategico e integrarla in una pianificazione aziendale più ampia può rafforzare la loro posizione nella ricerca di finanziamenti. A sua volta, il sistema finanziario dovrebbe essere pronto a valutare adeguatamente i beni di proprietà intellettuale, utilizzando una metodologia di valutazione armonizzata.Il rapporto arriva in un momento in cui la Commissione von der Leyen II ha fatto della competitività industriale e dell’Unione dei mercati dei capitali due delle proprie priorità esplicite. La Bussola per la competitività, presentata nel gennaio 2025, offre un contesto favorevole per un cambio di passo. La questione, come spesso accade in Europa, dipenderà dalla volontà politica e dalla capacità di coordinamento tra i Ventisette.L’Europa non ha un problema di idee, ha un problema di sistema. Il problema è trasformare la conoscenza in capitale e il capitale in crescita. Finché i diritti legati alla proprietà intellettuale, come brand o design, resteranno esclusi dai meccanismi ordinari di finanziamento, una parte rilevante del potenziale innovativo europeo continuerà a rimanere inutilizzata. O, più spesso, a trovare altrove le risorse necessarie per svilupparsi.