Cominciamo da un fatto che nessuna teoria riesce a rendere normale. L’Europa ha più risparmio privato di quanto ne abbia mai avuto nella sua storia, ha tassi d’interesse che per un decennio sono stati vicini allo zero, ha imprese liquide, banche patrimonializzate, famiglie che accumulano. E cresce meno di quasi ogni altra area del pianeta. Il denaro c’è. La ragione per muoverlo, no. Nel 1938, davanti all’American Economic Association, l’economista di Harvard Alvin Hansen pronunciò un discorso che sarebbe rimasto incompreso per settant’anni. Lo intitolò, con un tempismo che oggi fa impressione, Economic Progress and Declining Population Growth. La sua tesi era semplice e sgradevole: la crescita economica del capitalismo moderno era stata alimentata da tre motori — la crescita demografica, l’apertura di nuovi territori, l’innovazione tecnologica radicale — e quando questi motori si fossero spenti insieme, il sistema non sarebbe caduto in recessione. Sarebbe caduto in qualcosa di peggio: un equilibrio permanente a bassa crescita, in cui il risparmio disponibile eccede stabilmente la domanda di investimento. Hansen lo chiamò secular stagnation. Stagnazione secolare. Non una crisi, ma una condizione.