Cresce il Mezzogiorno, più della media italiana. E fa piacere leggere sulle cronache economiche che “fa da traino”, ancora una volta, per il quarto anno, all’economia nazionale. A guardare con attenzione i dati (stime Istat per il ‘25), si vede che il Pil italiano è aumentato appena dello 0,5%, mentre quello del Sud dello 0,6 (anche se in rallentamento nella seconda metà dell’anno, secondo il Rapporto annuale della Banca d’Italia). E che comunque l’economia “resta in stallo”, come denuncia Confindustria, mentre interi settori industriali accusano gravi crisi (l’industria del “bianco” e cioè gli elettrodomestici è l’ultima di cui parlano le cronache).
Uno sguardo di fondo, al di là delle dinamiche congiunturali, rivela che resta aperta una delle “ferite” sociali che, soprattutto nel Sud, indeboliscono le pur fragili tendenze alla crescita: la questione demografica e cioè l’emigrazione qualificata dei suoi giovani verso le regioni del nord e verso l’estero: “La grande fuga: al Sud 313mila giovani in meno dal 2019 a oggi” (IlSole24Ore, 22 giugno). Vanno via anche i dirigenti aziendali: “Un manager su quattro lascia il Mezzogiorno per lavorare in imprese del Centro Nord”. Come si può pensare a un futuro di sviluppo senza manodopera?















