JESI - «Quest’azienda è una dittatura». La frase, detta dopo un richiamo, era finita nel fascicolo disciplinare insieme ad altri addebiti: un presunto allontanamento dalla postazione, il rifiuto di lavorare su una pressa, una giornata di ferie non autorizzata con il modulo. Il risultato, per l’operaio dell’azienda metameccanica di Jesi assunto come conduttore di macchine per la piegatura di profilati metallici, erano state due sospensioni dal lavoro e dalla retribuzione: una da due giorni, l’altra da tre. Difeso dall’avvocatoRoberto Zucchi, davanti al giudice Andrea De Sabbata del lavoro del Tribunale di Ancona, il ricorso del lavoratore è stato accolto. Troppo pesanti, sproporzionate, in parte anche infondate.

La ricostruzione Il primo episodio contestato risaliva al 25 settembre. Secondo l’azienda, l’operaio si sarebbe allontanato dalla postazione per parlare con un collega. Ma in giudizio, un testimone ha dichiarato che il lavoratore si era avvicinato soltanto per attendere la sostituzione di una cassa dei pezzi, operazione che spettava al responsabile. Nessuno, in quel momento, gli aveva intimato di tornare al posto. Da lì sarebbe nato il confronto del giorno successivo, quando l’operaio, dopo il richiamo, avrebbe pronunciato la frase sulla «dittatura».La decisione Per il giudice, però, quelle parole lambiscono appena i confini di una condotta irrispettosa e non rientrano tra le ipotesi sanzionabili previste dal contratto collettivo o dal codice disciplinare aziendale. C’era poi il presunto rifiuto di lavorare su una pressa. Anche in questo caso, la sentenza valorizza il dato contrattuale: il dipendente era stato assunto con un’altra mansione. Inoltre, quella mattina aveva lasciato l’azienda dopo otto minuti, ma l’assenza era stata seguita da un certificato medico non contestato. La seconda sospensione riguardava una giornata di ferie non autorizzata formalmente. Il lavoratore, ancora in malattia, aveva però avvisato l’azienda cinque giorni prima della visita ortopedica. Annullate le sospensioni, l’azienda dovrà restituire al lavoratore le giornate di stipendio trattenute e pagare anche le spese legali, liquidate in 2.500 euro oltre accessori.