di
Rinaldo Frignani
Shahadat Hossein è tuttora introvabile. L'ultima traccia del suo telefonino lo collocano venerdì sera vicino al luogo della strage. Poi il silenzio: non si esclude che possa uccidersi, ma potrebbe anche aver trovato un rifugio
Cinquanta segnalazioni. Shahadat Hossain sembra comparire dappertutto. A Roma e fuori. Il 43enne accusato della strage di Casalotti di venerdì sera è però tuttora latitante e la polizia gli sta dando la caccia ovunque. Le frontiere sono allertate, ma non si esclude che l’autore degli omicidi di Islam Arowa, di otto anni, della madre Jahan Hosne Momotay e del padre Kamal, di 38 e 39, e del tentativo di omcidio dell’altro figlio Amir Hossain Uddin Babul, non si sia allontanato poi molto. Potrebbe aggirarsi ancora nelle campagne attorno a Casalotti, peraltro scalzo, dopo essersi disfatto del telefonino. La posizione del cellulare è ferma alla serata di venerdì scorso proprio in quella zona. Viene ricercato con i droni e i cani molecolari.
«È un uomo cattivo e anche violento con le donne», sottolineava ieri un suo ex collega in un negozio di frutteria del quartiere. Gli investigatori della Squadra mobile, diretti da Roberto Pititto, continuano negli accertamenti per trovare una traccia che possa portare all’individuazione del ricercato, mentre il giovane Amir Hossain - 20 anni - è stato operato di nuovo alla testa al Policlinico Gemelli e rimane ricoverato in prognosi riservata nel reparto di terapia intensiva neurochirurgica, anche con la protezione della polizia. Solo una precauzione, visto che in circolazione c’è ancora il killer che ha sterminato la sua famiglia. Potrebbe essere da solo, ma potrebbe anche aver ottenuto l’aiuto di qualcuno per sparire dalla circolazione e per questo motivo alcuni connazionali bengalesi sono stati sentiti ancora dalla polizia. Intanto Casalotti si mobilità in ricordo delle vittime mentre ieri mattina alcuni residenti hanno lasciato altri fiori e pelouche davanti al cancello del palazzo di via Montiglio.










