In Italia il numero dei laureati continua a rappresentare una delle principali fragilità del nostro sistema. Non è soltanto un dato statistico: è il riflesso concreto di quanto l’istruzione universitaria sia — o, purtroppo, non sia — realmente accessibile. Tra i 25-64 anni, in Italia solo il 22,3% ha un titolo terziario, contro il 36,1% della media UE (Istat). Nel 2024 solo il 31,6% dei giovani tra i 25 e i 34 anni possiede un titolo terziario (laurea o equivalente). La media dell’Unione europea è circa il 44%: il divario è quindi di oltre 12 punti percentuali.Il basso numero di laureati racconta di ostacoli strutturali ancora troppo forti: condizioni economiche e sociali delle famiglie, costo della vita nelle città universitarie, necessità per molti studenti di lavorare durante gli studi. Fattori che incidono direttamente sulle possibilità di accesso e di completamento del percorso accademico, soprattutto da parte degli studenti che provengono dalle fasce più deboli della popolazione.
In assenza di politiche efficaci, l’università rischia così di perdere la sua funzione di ascensore sociale, diventando un’opportunità sempre più elitaria. Eppure, è ben noto quanto l’istruzione terziaria sia decisiva per lo sviluppo. Non solo per la competitività economica, ma per la coesione sociale, l’innovazione e la qualità della nostra democrazia. È anche una condizione essenziale per la tenuta dei grandi servizi pubblici del Paese, a partire dal sistema sanitario nazionale. Ogni medico che opera nei nostri ospedali, ogni professionista che contribuisce alla tutela della salute dei cittadini è il risultato di un lungo percorso formativo e di un investimento pubblico che produce benefici per l’intera collettività. Le scelte che restringono le opportunità di accesso all’università finiscono per riflettersi, nel tempo, anche sulla capacità del Paese di garantire un servizio sanitario all’altezza dei bisogni di tutti. In questo quadro il diritto allo studio non è una voce marginale ma una scelta strategica.






