Quando Tiziano Ferro, davanti all'Olimpico di Roma pieno, dice che quella notte è un miracolo, viene quasi voglia di credergli. Perché nella sua voce c’è ancora lo stupore del ragazzo di Latina: quello che ha cominciato a cantare sentimenti enormi quando gli spazi per farlo erano ancora ristretti. Eppure no, non è un miracolo: è il frutto di venticinque anni di lavoro, di canzoni entrate nella vita di chi ha saputo ascoltare, di un legame costruito con fedeltà rara.

Nel secondo stadio più grande d'Italia, nella sera caldissima del 27 giugno, c’erano tutti. I quarantenni che erano ventenni quando Ferro era ventenne. I trentenni, come me, che hanno legato l’adolescenza a Imbranato, Sere nere, Non me lo so spiegare, Ti scatterò una foto. E poi ragazzi più giovani, famiglie, coppie, gruppi di amici. Generazioni diverse, unite dallo stesso lessico emotivo. A un certo punto qualcuno, da sotto il palco, nomina l’Horus Club, il locale romano dove nel febbraio 2002 Ferro si esibì a pochi mesi dal debutto con Xdono. “L’Horus ce lo ricordiamo in dieci”, scherza lui. O forse ce lo ricordiamo in molti di più, anche senza esserci stati: perché quando una storia diventa così grande, anche ciò che sembrava piccolo entra nella memoria di tutti.