Dal 1° luglio cambiano le regole per i nuovi contratti nel settore privato: ci saranno solo 60 giorni di tempo per rifiutare la previdenza complementare. E da ottobre si rischia lo scontro legale tra leggi dello Stato e contratti collettivi

Chi viene assunto dal 1° luglio in poi rischia di trovarsi iscritto a un fondo pensione senza quasi accorgersene. Da quel momento cambia radicalmente la previdenza complementare nel settore privato e il tempo per riflettere si azzera: non ci saranno più i vecchi 6 mesi per decidere il destino del proprio Trattamento di fine rapporto, ma appena 60 giorni per dire di no. È la rivoluzione accelerata imposta dall’ultima legge di Bilancio per spingere un mercato finora rimasto sotto le aspettative del governo, che punta ad agganciare una fetta consistente di quel 60% di lavoratori che ancora non ha una pensione integrativa. Una svolta che però rischia di trasformarsi in un rompicapo burocratico e in una guerra aperta tra le leggi dello Stato e i sindacati.

Con il nuovo regime il meccanismo del silenzio-assenso subisce una brusca accelerata. Il lavoratore dipendente del settore privato (con l’esclusione dei dipendenti pubblici e del settore domestico) viene catapultato direttamente nel fondo negoziale di categoria fin dal primo giorno di lavoro. In questo paniere confluiranno immediatamente i contributi a carico del lavoratore, la quota del datore di lavoro e l’intero accantonamento del Tfr.