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Nei primi decenni del secolo scorso l’impianto ospitò le prime corse motociclistiche che infiammavano tifosi e curiosi .
Ippodromo del Savio: i motori si avviano alla partenza. All’alba della sua storia centenaria, che continua, il nostro impianto ippico ospitò nella sua pista anche le prime corse locali di motociclette, anch’esse nate da poco ma che già avevano fatto presa nel gusto romagnolo per ogni tipo di corse (e relative scommesse): da quelle classiche dei cavalli a quelle nascenti con i cavalli nel motore. Le due foto d’epoca scattate nell’ ottobre 1925, ci riportano a quel tempo lontano: il primo ‘clic’ racconta la preparazione al ‘via’, davanti alla torretta ancora in legno della giuria, d’una batteria della classe 125 di cilindrata. La seconda foto, stavolta scattata dall’alto della torretta, racconta il ‘via a spinta’ d’una cilindrata minore, quella delle biciclette motorizzate preparate già allora da valenti ed estrosi artigiani, spesso essi stessi piloti. La veloce pista del Savio, anello da mezzo miglio, dava ai piloti maggiori sicurezze rispetto ai primi circuiti su strada: un secolo fa gran parte delle strade erano bianche, cioè non asfaltate. Su strada e sui primi circuiti abborracciati i motociclisti la polvere la mangiavano spesso, letteralmente, non per modo di dire. In quei primi circuiti rusticani i solerti organizzatori irroravano i tratti più malandati con un preparato d’allora, il Fix, che attenuava in parte il ‘purbiòn’ (polverone) sollevato dalle moto sfreccianti.’ Nell’agosto 1926, il primo circuito motociclistico di Cesena, quello di Settecrociari fu una festa popolare ma si trasformò purtroppo in una tragica giornata di lutto per la morte in gara dell’idolo locale Gennaro Biguzzi: già in testa alla corsa, ormai vicino al traguardo, il cesenate Biguzzi si voltò per valutare gli inseguitori o forse incappò in una buca traditora: fu una caduta rovinosa e fatale. Era già cominciato il rosario doloroso dei piloti caduti in pista, gli eroi sfortunati e indimenticabili del motore, la divinità più crudele di tutti gli sport: non solo ieri. Ancora. Un’altra succosa citazione storica. Le guide turistiche degli anni Trenta del secolo scorso avvisavano gli automobilisti in viaggio verso la riviera romagnola a fare particolare attenzione ai crocicchi con le strade di campagna da cui potevano sopraggiungere calessi condotti al trotto a ritmo anche sostenuta: poichè il ‘sistema a freni’ dei cavalli è diverso da quello delle ruote a motore, doveroso evitare brusche manovre o peggio strombazzamenti di clacson che potevano facilmente spaventare i cavalli dei calessi e anche i muli che tiravano i biroccini. Infine, a ennesima conferma della gran passione romagnola per i motori che nasceva già un secolo fa: l’invito a rivedere (ne val sempre la pena) quel gran film che è ’Amarcord’, di Fellini (coprotagonista Tonino Guerra nella sceneggiatura). Fateci caso. C’è sempre un motociclista misterioso e scatenato a scandire il volgere delle stagioni del film con le sue fragorose irruzioni: durante la festa della fogarazza, sul portocanale d’estate, persino sui camminamenti tracciati tra i cumuli del nevone. E come era soprannominato, nel film, quell’amante della velocità che scendeva a tutto gas dalle colline riminesi, da Corpòlò? Attenti: arriva ‘Scurèza’, pittoresca espressione romagnola. Magari inelegante, ma efficace nella descrizione sonoreggiante.








