Come si diventa architetto? Come si impara l’architettura, non soltanto per ragionarci sopra, ma anche per produrla e riprodurla? Le risposte sono state innumerevoli, spesso contraddittorie, anche perché la questione si fonda su un dubbio cruciale: l’architettura è arte o scienza? In termini più contemporanei: il processo che porta alla formazione di un architetto rientrerà tra le scienze umane o tra quelle esatte? O forse non apparterrà né all’una né all’altra specie, configurandosi soltanto come un sistema di conoscenze orientato a un sapere pratico? L’architetto è un misuratore che disegna con un compasso, come è raffigurata la geometria in una vetrata della cattedrale di Laon alla fine del XII secolo, oppure un muratore che ha studiato il latino, come ha suggerito Adolf Loos nel 1924?

Un’occasione formidabile aiuta a riflettere ulteriormente su questi temi difficili. A Roma, nella sede dell’Accademia Nazionale di San Luca, sarà aperta fino al prossimo 25 luglio – e auspicabilmente prorogata – la mostra intitolata «Alla studiosa Gioventù del Disegno» I Concorsi Clementini di architettura. 1702-1869, curata da Laura Bertolaccini, Francesco Cellini, Tommaso Manfredi e Angelo Torricelli. Alle radici dell’iniziativa sta l’intento di valorizzare i fondi d’archivio dell’istituzione che, dal 1593 al 1874, ha governato la formazione di pittori, scultori e architetti. Beninteso, l’Accademia non offriva corsi strutturati come potrebbe fare oggi una scuola di architettura, laddove la trasmissione del sapere avveniva per lo più attraverso modalità poco formalizzate, all’interno degli studi professionali. Tuttavia, esporre i disegni provenienti dai Concorsi Clementini in splendida sequenza dà un’idea eccezionale della trasmissione dei saperi tra le generazioni, della complessità dei discorsi che le culture architettoniche hanno affrontato agli inizi dell’età contemporanea nonché dei suoi molteplici riverberi fino al tempo presente.