Il lutto e la tristezza non si addicono a Carlo Ginzburg. Non si addicono alla vigorosa stretta di mano con cui ti trasmetteva fin dal primo contatto quella stessa scossa che di lì a poco avrebbe inferto alla tua mente, distruggendo con inesorabili obiezioni degne dell’avvocato del diavolo il castello di carte delle ipotesi che gli eri andato a presentare. Non si addicono al modo in cui ti accoglieva, sbucando con quella sua testa piena di capelli dalla grande scala a chiocciola dell’androne di casa sua, in piazza san Martino a Bologna.

Ma non si addicono soprattutto alla sua opera, che è tutta un inno al coraggio di spingere sempre più avanti le frontiere della conoscenza storica, di interrogare continuamente il passato senza mai accontentarsi di risposte piatte e preconfezionate, di illuminare i silenzi dei nostri antenati, ridando voce a coloro ai quali era stata tolta, o più semplicemente facendo vedere quello che nelle fonti è scritto con l’inchiostro invisibile o tra le righe, come avrebbe preferito dire lui. Chi ha avuto la fortuna di seguire le sue lezioni ha respirato un’aria di libertà intellettuale che non avrebbe mai più conosciuto, né prima né dopo.

Di libertà, ma anche di grandissimo rigore, perché era capace di non lasciarti mai in pace finché non avevi trovato la smoking gun, la pistola fumante, la prova schiacciante. Conoscendolo poi meglio, si scopriva che questo essere così esigente con se stesso e con gli altri era un tratto forte del suo carattere, un caso di vita magistra historiae, di aspetti del temperamento che si traducono in pratica scientifica. Come Talete che cade nel pozzo intento a osservare il cielo, Ginzburg era totalmente distratto e svagato rispetto alle piccole preoccupazioni pratiche della vita quotidiana. Impossibile dimenticare il modo buffo con cui armeggiava con la stampante del suo studio di Palazzo della Carovana a Pisa, ignorando il cartello grande come una casa che raccomandava in caso di inceppamento di abbassare la levetta azzurra; a lui quella levetta sembrava verde acqua e quindi non l’aveva abbassata.