Una settimana fa Vladimir Putin ha improvvisamente accusato i leader europei di «prepararsi alla guerra». La prova consisterebbe nel fatto che i Paesi della Ue aumentano i budget militari e provano a costruire un sistema comune di difesa. E sappiamo bene che cosa significhi quando la Russia accusa qualcun altro di «prepararsi alla guerra». Subito dopo, Sergei Lavrov ha lamentato il tradimento dello «spirito di Anchorage», cioè di quel che avevano concordato Donald Trump e Putin meno di un anno fa (15 agosto 2025) nell’incontro in Alaska. Soldati americani furono costretti in quell’occasione a inginocchiarsi per stendere tappeti rossi all’autocrate del Cremlino.
Poi i due capi di Stato si parlarono per più di tre ore e alla fine sostennero pubblicamente (soprattutto Trump) che la pace in Ucraina era alle viste. Si omaggiarono l’un l’altro, a significare che si sentivano gli uomini più potenti della terra. Putin, su cui pendeva e pende tuttora un mandato di cattura della Corte penale internazionale, guadagnò una riverniciatura agli occhi del mondo intero. Trump, come al solito, lodò sé stesso senza parsimonia ma non ottenne alcunché. Si capì poi che l’uomo della Casa Bianca s’era sbilanciato con l’interlocutore russo impegnandosi a sterilizzare la Nato, dividere l’Europa, ridurre all’osso i fondi a Kiev. Era il modo scelto dai due per accelerare la resa dell’Ucraina.Impegno che però Trump, a dispetto di uno sforzo in quella direzione esibito ogni volta che gli è stato possibile, non è riuscito a mantenere.






