Il ricevimento dell’ambasciata Usa a Roma per l’Independence Day è un buon barometro per capire alcune cose: la qualità dei rapporti politici Washington-Roma, come cambia il borsino dei nostri potenti agli occhi degli Stati Uniti, quale idea di glamour o di fascino italiano abbia in mente in quel momento l’amministrazione Usa (e quindi se decida di invitare esponenti della scienza o del cinema, della moda o del business). A cambiare è anche la data, sia pure di poco: la festa americana cade notoriamente il 4 luglio, ma il ricevimento dell’ambasciatore in Italia può tenersi qualche giorno prima (generalmente il 2) o subito dopo. Quel che tendenzialmente non muta, salvo micro-variazioni estemporanee, è il menu: hot-dog, fette di tacchino arrosto e via americaneggiando. Una gastronomia casual, quasi da picnic, che può avere anche i suoi vantaggi: Luciano Violante, quando si sentì chiedere come mai anche lui frequentasse lo splendido giardino di Villa Taverna, ebbe gioco facile a unire l’austerità da post comunista e la sobrietà torinese rispondendo severo: “Perché qua non c’è il buffet”. Ma d’altra parte era il luglio 2002, il primo ricevimento per l’Independence Day dopo la strage dell’11 Settembre, e tutta la politica italiana affollava solidale l’ambasciata, sinistra compresa e anzi compresissima. E Walter Veltroni, Cesare Salvi e Guglielmo Epifani, in procinto di assumere la guida della Cgil dopo Sergio Cofferati, ostentavano all’occhiello la spilletta stelle e strisce.
Villa Taverna, l’unica certezza è l’hot dog: quarant’anni di party americani a Roma - L'Unione Sarda.it
La festa all’ambasciata Usa per l’Independence Day, dal glamour Anni Ottanta ai nuvoloni diplomatici di oggi












