Possiamo prenderla così, come Hank Palace, il protagonista di “Un omicidio alla fine del mondo” di Ben H. Winters, che continua a indagare su un caso di omicidio mentre il pianeta Terra ha pochi mesi di vita prima che l’asteroide Maia lo colpisca, e i terrestri se ne infischiano pensando a godersi i giorni che restano. Oppure possiamo prenderla come i protagonisti de “Il re pallido” di David Foster Wallace, costretti a un lavoro asfissiante e ripetitivo: «Ed Shackleford volta pagina. Ken Wax volta pagina. Jay Landauer si tocca distrattamente il viso. Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. Ryne Hobratschk volta pagina».Ma è meglio prenderla di petto: negli ultimi giorni migliaia di persone hanno partecipato alla manifestazione nazionale promossa dal comitato Remigrazione e Riconquista, che già dal nome mette più ansia dell’asteroide Maia. Non bastasse, Vannacci sale nei sondaggi (unica formazione a crescere), mentre Susanna Tamaro sostiene che è uomo di buonsenso, e precisa di guardarlo «con gli occhi della naturalista» che riflette sulla debolezza di una famiglia di api rispetto a un’altra, perché «in natura, è triste dirlo, le cose procedono per sopraffazione». A parte il fatto che non viviamo in uno stato di natura come le api, andrebbe almeno precisato che la società, più che indebolita, è stata distratta dall’ansia di accumulare informazioni, passando da una polemica all’altra, da uno stordimento all’altro, cercando di comprimere ogni fatto come fece, nel 1985, un dottorando dell’Università di Stanford, che per dimostrare la potenza del fascio di elettroni del proprio laboratorio, scrisse la prima pagina de “Le due città” di Dickens sulla capocchia di uno spillo. Il problema è che si è perso lo spillo.Come noi, che Vannacci lo abbiamo visto arrivare da un pezzo, che abbiamo visto crescere l’odio verso i più deboli, venerare il decoro e la sicurezza, e tutto quello che permette ai remigratori di urlare che vogliono cacciare tutti i migranti perché stuprano le donne e picchiano i vecchi. Ma la colpa non è solo la distrazione: è quella di non accorgercene, e di essere indotti, tutte le volte, a cercare colpe negli altri, secondo quel meccanismo perverso per cui tutto quello che è bello è anche buono, dagli scrittori alla piazzetta di periferia con i cancelli da chiudere in modo che i senzatetto non vadano a dormirci. E dunque ogni personaggio pubblico non deve mai deluderci, altrimenti i nostri idoli si sgretolano, e noi di idoli abbiamo bisogno, e dunque a ogni querelle occorre partecipare e mentre tutto questo succede i remigratori sfilano e conquistano voti (per non parlare, perché sarebbe certo preso per benaltrismo, della gente che continua a morire a Gaza, o in Libano, e di cui magari certo moralismo anche letterario non si occupa e non si è mai occupato).La risposta, o svelamento, è nella cosa preziosa di oggi, “È il capitalismo, bellezza!” L’ha scritto Giovanni Semi per Einaudi e dice cose scomode e vere: il nostro desiderio di visibilità indotto dai social, gli spazi architettonici costruiti per farci sentire sicuri e protetti mentre coltiviamo in noi desideri da cui bisognerebbe invece proteggerci. È quella che Semi chiama l’evoluzione estetica del capitalismo, guidata dall’imperativo morale per cui appunto ciò che è bello deve essere anche buono e giusto, e questo non ha proprio niente a che vedere con la vera bellezza e la vera giustizia, ma solo con l’apparenza social delle medesime. Mentre, appunto, la minaccia avanza, e Ryne Hobratschk volta pagina.