La fine del mondo a tempo di musical, dentro il bunker lussuoso di una famiglia di ricchi che, pur di salvare se stessi, mettono a rischio la vita degli altri, compresi i parenti più cari. Nel primo film di finzione del premiatissimo documentarista Joshua Oppenheimer, candidato agli Oscar per The Act of killing e The look of silence, sul genocidio nell’Indonesia Anni 60 di Suharto, la metafora è servita su un piatto d’argento, con contorno di amore, sorprese, coreografie e perfino illusorio happy end: «Voglio che i miei film siano specchi – dice l’autore, ospite d’onore all’ultimo Biografilm di Bologna -. Cerco di invitare, convincere, a volte persino costringere, gli spettatori a prendere coscienza delle loro verità più urgenti. Questo richiede inevitabilmente il confronto con i nostri autoinganni e l’esplorazione delle loro conseguenze, a volte terribili». Un’immersione dolorosa, che Oppenheimer, aria quieta, toni ispirati, più da guru che da regista, ha scelto di ambientare in un luogo suggestivo come le miniere di sale di Petralia Soprana, in Sicilia: «Abbiamo girato per settimane a migliaia di metri di profondità. Non è stato un gioco, il set era silenzioso, concentrato, per un lavoro intenso, molto difficile, e anche molto bello». Un sacrificio necessario, come se gli interpreti superstar, Tilda Swinton, Michael Shannon, George MacKay, avessero bisogno di vivere il paradosso distopico della storia sulla propria pelle: «Hanno recitato - spiega l’autore – fuori dal loro guscio protettivo, sapendo di essere sull’orlo di un precipizio. Tilda ha reagito con un misto di eccitazione e spavento, lavora con un suo metodo personale, lo ha fatto anche stavolta, con molta libertà, riuscendo a sorprendere anche me. Ha detto “questa è una sfida fiabesca, chi la accetta è una persona unica ”».