A dodici si è esibito in un recital e a ventitré ha ideato un festival internazionale. Adesso, che di anni ne ha ventotto, il torinese Francesco Mazzonetto è un pianista con all’attivo due album e numerosi concerti su palcoscenici prestigiosi. Dal 2022 è anche direttore artistico di Musica Regina in Villa, che tornerà ad animare Villa della Regina da domani al 5 luglio. Come nasce l’idea del cartellone accolto nella residenza sabauda patrimonio Unesco? «Tutto è partito da un pensiero un po’ folle che nel tempo si è evoluto, trasformando la rassegna in quello che è diventata oggi. La volontà era cambiare il paradigma di kermesse musicale estiva, spesso percepita come insieme di concerti da fruire sul momento, pure in maniera piuttosto frettolosa. Invece, a me sarebbe piaciuto creare un’atmosfera di comunità, di condivisione, di persone che si trovano, scambiano idee e visioni. Desideravo far riscoprire l’umanità dietro la musica, instillare quella scintilla di curiosità che le note dovrebbero accendere. Così ho messo insieme il primo cartellone». Qual è la maggiore difficoltà che ha incontrato nel realizzare il progetto? «Dirò forse una banalità, però si tratta della ricerca delle risorse economiche. Perciò, fin da subito, ho voluto puntare sulla riscoperta del mecenatismo: parola che negli anni si è andata un po’ a perdere, svuotandosi del suo significato nobile. Mecenatismo è quello che ha permesso a Giuseppe Verdi di studiare e dar vita alle sue meravigliose composizioni. In questo caso, ho trovato persone, che definisco veramente illuminate, quindi non solo aziende, ma privati che ci hanno subito sostenuti. Nel tempo il gruppo è cresciuto, molti hanno anche aumentato la loro disponibilità per il festival, perché quando le persone vengono messe di fronte alla bellezza della cultura ne sono gratificate. Alcuni hanno addirittura aperto le loro case ospitando gli artisti».Siamo alla quinta edizione. «Grazie all’organizzazione dell’associazione Apeiron con la collaborazione di Amici di Villa della Regina, quest’anno declineremo il tema delle “Visioni”. Nell’inaugurazione di domani alle 20, le sonorità del clavicembalo ben temperato di Bach incontreranno il flamenco, con altresì un omaggio a Ezio Bosso. Gran finale con la Filarmonica Trt e in mezzo appuntamenti caratterizzati da generi differenti per far capire che la musica non è una scatola chiusa, ma qualcosa in continuo divenire». Quanto conta il fascino di una location come questa? «Tantissimo e sono veramente grato alla direzione, in particolare a Sara Mantica, e alla presidente degli Amici di Villa della Regina, Mariateresa Buttigliengo, che hanno permesso al festival di trovare una casa. Chi viene ad ascoltare pagine meravigliose di per sé, si trova inserito in un contesto architettonico e paesaggistico altrettanto stupendo, in un potenziarsi di bellezza. Il festival vuole essere un’oasi di pace e bellezza che faccia staccare le persone dalla frenesia della quotidianità». Quanto è difficile essere un musicista oggi? «Molto! Soprattutto per i giovani che si trovano di fronte a un mondo che cambia in maniera repentina. Noi artisti siamo tenuti anche a essere manager di noi stessi, oltre a capire come offrire una musica che ha due-tre-quattrocento anni senza snaturarla. In un’epoca che punta sull’individualismo, sull’essere ognuno un’isola, la musica è qualcosa che unisce. A noi artisti spetta il compito di aggiungere un messaggio ulteriore e farla riscoprire, far vivere sentimenti dentro le note. Parecchi giovani artisti stanno puntando proprio sulla riscoperta dell’umanità dietro la musica».