«Mio fratello suonava il piano e, appena usciva di casa, mi mettevo al suo posto: riuscivo a riprodurre la Malagueña di Isaac Albéniz… I nostri genitori urlarono “al genio!” (ride) e mi portarono da una maestra russa. Che, in realtà, mi ha insegnato soprattutto ad ascoltare. L’orecchio è andato più avanti delle mani: non sono diventata musicista, però ho sempre amato chi sceglie questa strada, ho ben presente quanto impegno richieda». Francesca Moncada di Paternò, comunque, non è rimasta ammiratrice passiva: ha sfruttato la passata esperienza nel campo della comunicazione per creare, nel 2016, Le Dimore del Quartetto, un progetto di connessioni tra luoghi privati e talenti emergenti, tra generazioni, tra patrimonio della tradizione e contemporaneità.

L’anniversario verrà celebrato con vari eventi, inclusi un convegno e due documentari in onda su Sky Arte il 30 giugno. «La cultura investe poco nel racconto di sé, che invece è fondamentale: se non riesci a coinvolgere le persone, anche l’iniziativa migliore resterà invisibile».

Le Dimore del Quartetto: quando la cultura crea connessioni

Non avete corso questo rischio.

Siamo partiti dall’Italia con una ventina di sedi e una dozzina di gruppi, ci siamo spostati in Europa e abbiamo costruito una rete internazionale che ora conta 178 ensemble, 300 tra ville, castelli, abbazie, palazzi e un migliaio di concerti. I musicisti avevano bisogno delle dimore, le dimore avevano bisogno della musica, i territori avevano bisogno di nuove occasioni di aggregazione. Eppure, non dialogavano. Noi abbiamo creato connessioni e offerto ai ragazzi mezzi concreti: ospitalità, occasioni di cimentarsi, masterclass, persino prestiti di strumenti da parte di grandi liutai.