In una serata estiva di tanti anni fa, su una bancarella di libri usati, trovai una copia sgualcita della commedia di Dario Fo Il Fanfani rapito, pubblicata da Bertani Editore nel 1975. All’epoca non nutrivo simpatia alcuna per la Democrazia cristiana, il partito al governo di cui Amintore Fanfani era uno dei maggiori esponenti, ma persino al me adolescente la commedia parve un filino sopra le righe.
Di recente, su una bancarella, ho trovato il libro del giornalista Renato Filizzola, Amintore Fanfani. Quaresime e resurrezioni, stampato da Editalia nel 1988: una perfetta lettura da sdraio e ombrellone in cui viene raccontata – con la giusta dose di sale e di pepe – la lodevole carriera di un politico piccolo di statura ma grande di ingegno, umanamente peperino. Dunque per onorare il centesimo anniversario della nascita del drammaturgo Premio Nobel 1997, mi è venuta voglia di riprendere in mano Il Fanfani rapito, che immagina il sequestro con finalità politiche dello statista aretino.
La nota redazionale che apre il libro è scritta nella tipica lingua di legno allora in voga: “Dall’acuta crisi di egemonia che vede la borghesia, le sue rappresentanze politiche e le istituzioni dello stato sempre più costrette a risolvere per mezzo della forza le contraddizioni di classe, emerge il disegno della costruzione di un ‘blocco storico’ controrivoluzionario interno al blocco integralista democristiano”.






