Occorre, purtroppo, tornare a occuparsi di quello che succede nelle Commissioni parlamentari d’inchiesta, in particolare di quella antimafia e, soprattutto, di quella sulla gestione della emergenza Covid. Per quanto riguarda quest’ultima Commissione, fu proprio Giorgia Meloni, nelle dichiarazioni programmatiche rese in Parlamento, dopo aver giurato da presidente del Consiglio e formato il governo, a indicare la strada di "fare chiarezza su quanto avvenuto durante la gestione della crisi pandemica: lo si deve a chi ha perso la vita e a chi non si è risparmiato nelle corsie degli ospedali, mentre altri facevano affari milionari con la compravendita di mascherine e respiratori".
Detto, fatto, come il Capo aveva chiesto, la maggioranza in Parlamento in pochi mesi diede vita alla Commissione d’inchiesta, facendo così morire il principio costituzionale in base al quale le inchieste parlamentari si fanno sull’operato del governo, non su richiesta del governo. Nella elaborazione della legge istitutiva della Commissione parlamentare d’inchiesta, tra l’altro, la maggioranza in Parlamento venne guidata dall’allora viceministro (delle Infrastrutture e dei Trasporti…) Galeazzo Bignami, poi diventato capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera e membro autorevole della stessa Commissione parlamentare d’inchiesta. La legge che fece nascere la Commissione, va ricordato, venne approvata con la attiva collaborazione di Italia Viva di Matteo Renzi, in quell’epoca più vicino al centrodestra che al centrosinistra. A presiedere la Commissione d’inchiesta venne eletto, naturalmente, un esponente del partito di Giorgia Meloni, Marco Lisei (come un’altra esponente di Fratelli d’Italia, Chiara Colosimo fu scelta per presiedere l’altra Commissione d’inchiesta di cui si parla, l’Antimafia).











