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Fabrizio Caccia

Don Rino Salerno, 59 anni, italo-venezuelano, è parroco al Cuore Immacolato di Maria. E alle 18 di mercoledì scorso, 5 minuti prima del sisma, aveva iniziato a celebrare la messa per il funerale di una sua amica

ROMA «Mi ha chiamato il cardinale Baltazar Porras, l’arcivescovo emerito di Caracas, mio amico, mi ha detto che appena finisce il Concistoro a San Pietro torna subito in Venezuela perché vuole dare una mano anche lui».Don Rino Salerno, 59 anni, italo-venezuelano, il dottorato in teologia preso a Roma presso la Pontificia Università della Santa Croce, è il parroco della chiesa del Cuore Immacolato di Maria, a Caracas. E alle 18 di mercoledì scorso, 5 minuti prima del sisma, aveva iniziato a celebrare la messa per il funerale di una sua cara amica, Ines, venuta a mancare. In chiesa, in quel momento, c’erano 90 persone.

Cosa ricorda?«Alle 18.05 ha cominciato a muoversi tutto, ma si muovevano proprio le pareti e si muovevano anche le colonne, non riuscivamo più a stare in piedi, perdevamo l’equilibrio, un senso di smarrimento enorme e poi il terrore, la chiesa si è spostata di almeno 40 centimetri, se non ci credete venite a vedere...».Per fortuna non è crollata.«La verità è che per fortuna era chiusa la cappella grande che è ancora in ristrutturazione e infatti l’altra sera, quando c’è stato il sisma, è venuto giù mezzo tetto della struttura. Potevamo restarci secchi tutti, altroché. Invece, proprio in virtù del restauro, ho celebrato nella cappella piccola e ora siamo qui».Siete riusciti tutti a scappare.«Sì, la mamma di Ines ha preso l’urna delle ceneri della figlia e mi ha gridato: “Padre Rino sospendi tutto, andiamo via...”. E così ho fatto. Ho detto ai presenti: “Scusate, il funerale è sospeso...”. Poi ognuno è corso verso casa, il mio pensiero era fisso su mia mamma Cecilia, di Mazara del Vallo, che ha 85 anni e 4 mesi all’anno, da quando mio papà Vincenzo è morto, vive con me a Caracas. Per fortuna mia sorella Antonietta, quando sono arrivato, l’aveva già portata in salvo all’aperto, in uno spiazzo davanti a una farmacia. La nostra casa è vicina a Los Palos Grandes, Altamira, dove sono crollati interi palazzi. Ci troviamo nel quartiere La Castellana, siamo proprio sulla faglia».Il vostro palazzo, però, ha resistito.«Sì, è un palazzo di 17 piani. Noi abitiamo, abitavamo, al settimo. Ma si sono aperte intere pareti, è completamente inagibile. Devo, però, recuperare almeno un po’ di vestiario, sennò come faccio? Non ho più niente. Adesso con mia mamma ci sistemeremo da Antonietta o dagli altri due miei fratelli. Vedremo».Caracas è sconvolta.«Sì, è una situazione terribile, mio nipote Angelo che studia ingegneria all’Università Cattolica Andrés Bello, mi ha raccontato che almeno 200 studenti, quasi tutti residenti nella zona de La Guaira, non si sono più visti a lezione. I loro nomi purtroppo sono già nelle liste dei morti accertati. Ma adesso scusatemi, devo andare, mi chiamano..».