La settimana scorsa ha segnato un momento rilevante per le città in Europa. Due call finanziate dai programmi europei per l’innovazione urbana, quella della European Urban Initiative e quella di URBACT, si sono chiuse registrando la partecipazione più elevata dal loro primo lancio. I numeri sono di per sé notevoli: più di quattrocento candidature ricevute dalla European Urban Initiative e oltre novanta da URBACT. L’Italia, se il dato sarà confermato nella distribuzione finale, sembrerebbe risultare tra i Paesi più presenti, forse il primo, per numero di progetti candidati.
Buona notizia? In parte, certamente sì. Ma non solo. Questi numeri raccontano la vitalità delle città italiane e, allo stesso tempo, l’emergere di un bisogno molto chiaro. In aggiunta ai finanziamenti ordinari, che restano cruciali, molte amministrazioni locali cercano in Europa non soltanto risorse finanziarie, ma anche, e soprattutto, confronto, metodo e la possibilità di sperimentare soluzioni che difficilmente troverebbero spazio nella programmazione ordinaria.
Da una notizia apparentemente tecnica possiamo allora ricavare almeno tre messaggi politici. Il primo riguarda il bisogno di sperimentare dal basso. Le città sono il luogo in cui le grandi trasformazioni diventano problemi concreti: casa, clima, sicurezza. Sono anche il luogo in cui l’Europa, quando funziona, si vede meglio. Anni di politica di coesione europea hanno contribuito a riqualificare piazze, sostenere progetti climatici e a creare nuove alleanze tra amministrazioni, università e imprese.








